Il lavoro va curato

20 giugno 2008

Il lavoro va curato



Fanno meno notizia di tante altre statistiche, forse perché sono numeri davvero alti. Infatti quando si parla di infortuni sul lavoro e di malattie professionali si è sempre oltre i 5 zeri. Un esempio? Nel periodo che va da febbraio 2001 a gennaio 2002 si sono verificati in Italia 1.006.436 infortuni sul lavoro, considerando industria, servizi e agricoltura. Certamente in questo numero rientra tutto: dall'escoriazione alla perdita di un arto o peggio. Ma le statistiche vanno più in profondità, e quindi si può dire che gli infortuni lievi, cioè quelli che comportano un'assenza dal lavoro inferiore a tre giornate siano un'esigua minoranza: 132.188. Insomma: solo uno su dieci può essere considerato trascurabile. In termini relativi, rispetto all'anno precedente (o meglio al periodo febbraio 2000-gennaio 2001) un aumento totale dell'1 per cento o poco più. Un conto però sono gli infortuni e un altro gli infortuni mortali, questi ultimi se non altro sono calati del 2,03%: erano stati 1327 nel periodo febbraio 2000-gennaio 2001, mentre in quello che si è chiuso lo scorso gennaio sono stati 1300. Un calo c'è stato dunque, anche se davvero non tale da modificare sostanzialmente la situazione. 

E le malattie ?
Non ci sono soltanto gli infortuni ma anche le malattie professionali. Per questo aspetto il segno è opposto: nel periodo febbraio 2000-gennaio 2001 i casi riconosciuti sono stati 25.907, nel periodo che si è chiuso a gennaio 2002 sono stati 1.040 in più. Come per tutte le questioni in cui rientra l'epidemiologia va tenuto presente che può esserci un effetto indotto dalla maggiore attenzione e dalle migliori capacità di diagnosi. Ma va purtroppo ricordato anche che tutti i dati riportati fin qui sono quelli ufficiali, frutto delle richieste di indennizzi e assistenza presentati all'INAIL. Non è difficile pensare che in realtà la situazione possa essere peggiore se si considerano i lavoratori irregolari, o gli artigiani e le piccolissime imprese, magari famigliari, in cui a certe cose si è abituati a non badare.

Nuovi fattori di rischio
In effetti c'è anche un altro aspetto: il quadro dei rischi sta cambiando. E' chiaro che temi come la cancerogenicità di alcune sostane impiegate nelle lavorazioni industriali o gli effetti tossici anche soltanto dei pesticidi impiegati in agricoltura sono ancora una preoccupazione centrale per chi si occupa di medicina del lavoro e di igiene pubblica, ma stanno acquistando sempre più peso gli effetti psicologici delle condizioni di lavoro, che si intrecciano inevitabilmente alla qualità della propria attività. Pare provato, ormai, che tanto più basse sono le mansioni svolte, tanto maggiore è la percezione del disagio e dello stress, fattori che non sono estranei a fenomeni molto concreti come le malattie cardiovascolari o i disturbi del rachide. Insomma senz'altro le condizioni sono migliorate, e con la crescita della cultura della prevenzione miglioreranno ulteriormente. A patto di non dimenticarsi uno dei principi di Luigi Devoto, cui si deve la Fondazione della Clinica del Lavoro di Milano, e cioè che l'ammalato da curare, prima ancora che il lavoratore, è il lavoro stesso.

Maurizio Imperiali


Fonti
Veronica L. Meno infortuni per qualche occupato in più. Dati INAIL Marzo 2002.

Baldasseroni A, Camerino D, Cenni P et al. La valutazione dei fattori psicosociali. Proposta della versione italiana del Job Content Questionnaire. ISPESL 2000





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