Mal di divisa

20 giugno 2008

Mal di divisa



Soli, demotivati, schiacciati dai mille rischi che quotidianamente si trovano ad affrontare. Sono, secondo statistiche nazionali, gli operatori delle forze dell'ordine che cadono così facilmente vittime di stati di stress distruttivi che, in casi estremi, portano addirittura al suicidio. I carabinieri, in particolare, almeno stando alle recenti dichiarazioni del Ministro della Difesa Martino, si suiciderebbero più degli altri tutori dell'ordine, tanto che il 66% dei casi di suicidio nelle forze armate ha riguardato carabinieri. Ma perché questo accade?

Il suicidio nelle forze armate
Il tema non è nuovissimo, pare, infatti, che già dalla fine del secolo scorso un eminente neuropsichiatria italiano come Enrico Morselli abbia dedicato molta attenzione al suicidio tra i militari, arrivando ad alcune interessanti considerazioni. Innanzitutto esiste una correlazione tra attività lavorativa e suicidio, al punto che i dati epidemiologici evidenziano una frequenza nettamente superiore nelle professioni che più richiedono un impiego di energie mentali e negli appartenenti alla carriera militare. Per questi ultimi Morselli individua due determinanti del gesto suicida: da una parte la mobilità territoriale dei suoi appartenenti, dall'altra la disciplina dell'istituzione, spesso irrazionalmente perseguita. Ma lasciando da parte gli studi "classici" non mancano in tempi più recenti ricerche approfondite, studi epidemiologici ed analisi che hanno cercato di esplorare il fenomeno nei suoi aspetti più rilevanti. 

Gli studi più recenti
Secondo uno studio epidemiologico che ha monitorato l'andamento del fenomeno suicidario tra gli appartenenti alle forze armate italiane dal 1976 al 1991 è risultato che le morti per suicidio rappresentano la terza causa di decesso, con una frequenza percentuale del 7%, preceduta dai decessi causati da malattie e da quelli per incidenti automobilistici. La frequenza di suicidi più elevata è tra i militari di leva, con una media del 70% rispetto a quelli avvenuti tra gli ufficiali e i sottoufficiali che sono il 30% del totale. Un ulteriore dato significativo riguarda una frequenza maggiore dei decessi fuori dalle strutture militari, durante permessi o licenze. Se però i dati vengono comparati ai suicidi tra la popolazione generale maschile tra i 18 e i 60 anni, risultano meno allarmanti. Le frequenze maggiori, infatti, sono a carico della popolazione generale, al punto che si può riscontrare una sostanziale omogeneità nelle linee di tendenza del comportamento suicidiario. Parlano chiaro del resto i numeri che riguardano le cause del gesto suicida. Se per il 40,6% non è stato possibile individuare la causa del gesto suicida, la rimanente percentuale si divide tra problemi di ordine psichico e/o di disadattamento (34,3%), motivi affettivi o di rapporti con l'altro sesso (12,5%), problemi familiari (6,2%) e tossicodipendenze da droghe o alcool (6,2%). Motivazioni non molto dissimili da quelle della popolazione nazionale di riferimento. 

La sindrome del sottoufficiale
Ad essere più facilmente portato a mettere in atto comportamenti di tipo suicidiario risulta essere la figura del sottoufficiale. Una spiegazione può risiedere nel ruolo intermediario tra l'area decisionale e progettuale dell'istituzione militare e l'area esecutiva. Un ruolo che risente di una doppia sollecitazione, dall'alto e dal basso, alla quale deve quotidianamente rispondere e che finisce per essere particolarmente stressogeno. Rilevante però anche il dato che riguarda i giovani di leva, a carico dei quali sembra essere il 70% dei suicidi. Un valore che rispecchia l'andamento delle morti giovanili nella società civile, ma che rileva anche come l'istituzione militare fatichi ad identificare le fonti e le caratteristiche socio-psichiche del disagio di cui il giovane può essere portatore. Va anche riconosciuta all'istituzione militare una capacità di protezione da comportamenti suicidiari, tenuto conto della maggiore frequenza delle morti avvenute fuori servizio.

Prevenire si può
Si possono distinguere tre livelli di prevenzione:

Prevenzione primaria
Due i versanti d'azione nell'ambito della prevenzione primaria. Innanzitutto l'incremento della qualità dello screening selettivo all'ingresso del periodo di leva. Alla abituale visita psicoattitudinale si è sostituita perciò una seduta psicodiagnostica in grado di rilevare efficacemente i segni di disturbo o di sofferenza psichica. Dall'altro lato la prevenzione si esplica nella fase che potremmo definire di accoglienza del giovane militare nell'istituzione. Si cerca perciò di promuovere l'adattamento dell'individuo all'ambiente dell'istituzione militare e si cerca di facilitarne la vita di gruppo.

Prevenzione secondaria
Le iniziative di prevenzione secondaria vengono affidate a due strutture istituzionali che attivano le strategie di fronteggiamento del disagio: gli speciali reparti degli Ospedali militari e i Consultori psicologici. Si tratta di iniziative che si attivano all'atto della precoce manifestazione di sintomi di disagio.

Prevenzione terziaria
Quest'ultimo livello di prevenzione entra in scena ad opera delle strutture sanitarie dell'istituzione militare. Si tratta sia dell'opera specialistica di riabilitazione delle patologie di interesse psicologico ma anche psichiatrico, non invalidanti, sia delle iniziative sanitarie intese ad evitare il riproporsi degli episodi di disagio.

Marco Malagutti


Fonti
Durkheim E. (1897), Il suicidio nell'Esercito, Marte e Mercurio, Adelphi, 1977.

Pozzi E. (1971), Il suicidio tra i militari, la critica sociologica, Feltrinelli, Milano



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