Cuore di lavoratore

28 aprile 2006

Cuore di lavoratore



L’economia è globale, c’è la deindustrializzazione, insomma il lavoro cambia. Cambia in quel che si fa, nel come lo si fa. E cambiano le malattie dovute alle attività lavorative. Un tempo il nesso era abbastanza semplice, come ai tempi di sir Percivall Pott, che riuscì a stabilire il rapporto tra l’attività degli spazzacamini, il contatto con le fuliggini e lo sviluppo dei tumori del pene e dello scroto. Pott visse alla fine del Settecento, e allora stabilire le relazioni era più semplice. Poi, la nocività dell’ambiente lavorativo è andata progressivamente complicandosi e se ancora è possibile identificare killer precisi, come l’amianto o gli altri cancerogeni, diventa effettivamente più difficile isolare fattori singoli, rapporti diretti. Innanzitutto, è chiaro, perché molto si è fatto per rendere l’ambiente di lavoro meno nocivo, attraverso sistemi di protezione; poi perché l’evoluzione delle tecnologie ha reso obsolete certe lavorazioni (e certi prodotti).
Questo non significa che il lavoro non possa più avere effetti negativi sulla salute, ma che anche in questo ambito si è passati alle malattie a genesi multi fattoriale, nelle quali hanno un peso elementi diversi e si parla più propriamente di malattie “lavoro-correlate”. Ma non è soltanto questo: le condizioni di lavoro sono entrate come una delle possibili cause in buona parte delle malattie cronico-degenerative che oggi costituiscono le principali preoccupazioni dei sistemi sanitari.

Passivi o agitati, poco cambia
Il caso più studiato è quello delle malattie cardiovascolari, ma anche qui si tratta di un orientamento relativamente recente, visto che i lavori hanno inizio negli anni ottanta. La chiave del rapporto tra lavoro e malattia cardiovascolare, ma non solo, si impernia sul concetto di stress. E’ il caso di tenere presente che stress è un termine che coinvolge non soltanto fenomeni mentali-psicologici, ma ha effetti fisiologici precisi. Per esempio, la reazione di lotta/fuga, che è classica della presenza di una sollecitazione negativa, comporta “aumento dell’attività motoria, della gittata cardiaca e della secrezione di catecolamine e di cortisolo. In questo caso, gli esiti negativi della reazione da stress potrebbero essere favoriti da situazioni lavorative dove sia mantenuta nel tempo un’attivazione generalizzata (corrispondente alla mobilitazione energetica di lotta/fuga)”. Ma non è soltanto chi “si agita” che ha una risposta fisiologica importante: in ambito anglosassone si parla di “giocare a fare il morto”. In questo caso, la risposta è sì passiva, ma “si associa a un aumento dello stato di allerta associato a inibizione dell’attività motoria, con vasocostrizione muscolare e aumento della stimolazione vagale (coping passivo)”. Non tutti ne soffrono allo stesso modo, e si ritiene che vi siano persone più sensibili allo stress, per i quali diviene più probabile lo sviluppo di ipertensione arteriosa.

Questo posto non fa per me?
Certamente definire che cosa renda stressante un lavoro è impresa tutt’altro che semplice. Nel corso degli anni alcuni concetti si sono definiti con maggiore chiarezza fissando alcune coordinate. Tutto si gioca nel rapporto tra domanda, cioè le richieste che il lavoro pone all’individuo, e l’autonomia di cui la persona gode nello svolgere il proprio lavoro, sia in termini di apprendimento di cose nuove (possono modificare il modo in cui svolgo una mansione) sia in termini di organizzazione (posso decidere di fare una certa cosa a inizio del turno o alla fine, posto che tecnicamente sia possibili). Poi è chiaro che ci sono condizioni oggettive che hanno un peso comunque (una scrivania piena di pratiche) e soggettive, che hanno pesi diversi a seconda della persona (un capo un po’ fesso che impone la camicia azzurra). Insomma è l’adattamento tra l’individuo e ambiente. Sono state proposte anche delle classificazioni generali delle situazioni in cui ci si può venire a trovare “le classiche quattro condizioni di lavoro, caratterizzate da: high strain, elevata domanda con bassa libertà di decisione; passive, bassa domanda con bassa decisione (tipica di mansioni che non incentivano le capacità individuali con marcati livelli di insoddisfazione); active, elevata domanda con elevata decisione (occupazioni caratterizzate da un elevato grado di apprendimento e che impongono all’individuo un intervento in tempi rapidi e con elevata responsabilità) e low strain, bassa domanda con elevata decisione (situazione lavorativa ottimale, in cui l’individuo può gestire in autonomia il suo tempo lavorativo)”.

La medicina spiega, ma i rimedi..
Ma gli effetti dello stress lavorativo, alla fine, quanto pesano? Gli studi ci sono, anche se è chiaro che molto ancora va fatto. Per cominciare, situazioni di stress elevato possono aumentare il rischio di morte per malattie cardiovascolari del 90%, con picchi anche superiori per chi ha già subito un infarto. Ma non si tratta soltanto del cuore: ci sono dati a supporto di un effetto anche sullo sviluppo di depressione, abuso di farmaci, patologie della riproduzione e disturbi muscolo-scheletrici.
Infine, va tenuto presente che nell’equazione entrano anche le aspettative del lavoratori, che sono state spesso riassunte in termini di guadagno, prestigio, sicurezza. Fin qui la medicina del lavoro. Poi arriva la politica: guadagno, sicurezza, realizzazione di sé sono compatibili con precarizzazione e flessibilità selvaggia? E’ pensabile tutelare il diritto alla salute riducendo i diritti sul lavoro? La risposta non può venire dalla medicina.

Maurizio Imperiali


Fonte

La valutazione dei fattori psicosociali. Proposta della versione italiana del Job Questionnaire content di RA Karasek.



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