Soccorsi fatali

20 giugno 2008
Focus

Soccorsi fatali



Che fare il pompiere sia un lavoro pericoloso è sotto gli occhi di tutti. Pericoloso ed eroico. E non a caso nell'immaginario collettivo, soprattutto quello femminile, è permeato di un'aura di baldanza fisica. Del resto anche grazie a molta cinematografia sull'argomento il ruolo del pompiere è associato a quello del salvatore. Ma si diceva all'inizio è anche pericoloso. E non solo, come potrebbe sembrare più immediato, per i rischi di ustione o per problemi respiratori o ancora per stress o disturbi psicologici. Bensì, e a certificarlo è l'autorevole New England Journal of Medicine, per i rischi di infarto. Una cosa che peraltro accomuna il ruolo del vigile del fuoco a quello di altri professionisti del soccorso e dell'emergenza. La rivista statunitense dedica uno studio all'argomento, soffermandosi in particolare su quali siano i frangenti nei quali il pompiere è più a rischio cuore e su quali contromisure si possano adottare.

Una professione pericolosa
Lo sottolinea l'editoriale di supporto allo studio: su 1,1 milione di pompieri statunitensi, di cui il 70% volontari e il 30% professionisti, circa 100 muoiono ogni anno nell'esercizio delle proprie funzioni. Non sono pochi, anche perché dalla statistica è escluso, per ovvie ragioni di eccezionalità, l'11 settembre 2001. Un numero che si mantiene costante a fronte di una riduzione degli incendi e, di conseguenza, degli interventi. E quasi la metà, dicono le statistiche, muoiono per eventi cardiovascolari. Più di quanto non succeda tra i poliziotti o tra gli operatori di pronto soccorso, eppure sempre di emergenze si tratta. Le ipotesi sulle ragioni sono molte e vanno dallo sforzo fisico alla situazione di emergenza, fino alla pericolosità delle operazioni (non solo spegnere il fuoco). Ma non si tratta di ragioni esclusive della professione di pompiere. Entrano in gioco allora anche aspetti biologici come l'esposizione a fumi e sostanze chimiche, lo sforzo fisico irregolare e l'equipaggiamento pesante, lo stress termico, i turni di lavoro logoranti, nonché una serie di stressor psicologici piuttosto evidenti. Come a dire che il fatto che sia un lavoro a rischio è ampiamente giustificato, ma rimangono alcuni punti in sospeso, in particolare su quali siano i frangenti professionali più rischiosi. A queste domande cerca di rispondere lo studio pubblicato dal New England con un approccio innovativo nella valutazione del rischio.

I frangenti a rischio
I ricercatori hanno, infatti, esaminato i rischi di decesso da cardiopatia coronarica, specifici per attività, tra i vigili del fuoco statunitensi in servizio dal 1994 al 2004. Per farlo hanno riesaminato le sintesi fornite dalla Federal Emergency Management Agency sui decessi di tutti i vigili del fuoco nel periodo considerato, fatta eccezione per gli attacchi terroristici dell'11 settembre 2001. Le stime delle proporzioni di tempo trascorso dai vigili del fuoco ogni anno nello svolgimento di varie attività sono state ottenute da un dipartimento municipale per gli incendi, da 17 grandi dipartimenti metropolitani per gli incendi nonché da un database nazionale. I risultati? I decessi da cardiopatia coronarica sono risultati associati allo spegnimento di incendi (32,1%), al rispondere a un allarme (13,4%), al ritornare dopo un allarme (17,4%), all'eseguire addestramento fisico (12,5%), al rispondere a emergenze non correlate agli incendi (9,4%) e, infine, all'eseguire attività non di emergenza (15,4%). Utilizzando come categoria di riferimento le attività non di emergenza, lo spegnimento di incendi risulta, inequivocabilmente, l'attività più rischiosa. In proporzioni fino a 100 volte superiori rispetto alle attività non di emergenza. Fatta l'analisi, sottolinea l'editoriale, è tempo di pensare agli interventi preventivi. Per cominciare esami medici dettagliati e adeguati kit di pronto soccorso, quindi una preparazione fisica, finalizzata a ridurre i fattori di rischio, infine una annuale valutazione della performance fisica. Poi, conclude, e vale per una professione a rischio come per tutti gli altri lavori, una morte per evento cardiaco improvviso dipende da una patologia coronarica preesistente. I fattori di rischio vanno così il più possibile minimizzati.

Marco Malagutti


Fonte
Kales SN et al. Emergency Duties and Deaths from Heart Disease among Firefighters in the United States. Nejm 2007;40: 356:1207-1215



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