Imprese salutari

20 giugno 2008

Imprese salutari



Si parla di salute, e di mercato. Ma questa volta del lato buono del mercato, quello che ha indotto molti, in verità ottimisticamente, a pensare che i meccanismi interni possano bastare a regolare anche gli inconvenienti. Il caso è quello dell'assistenza sanitaria dei lavoratori che, negli Stati Uniti, passa attraverso piani assicurativi (termine generico, ma è per intendersi) finanziati dal datore di lavoro. In pratica, godere di una copertura sanitaria rientra nella contrattazione retributiva, tanto che non è raro che per strapparsi l'un l'altro manager, tecnici eccetera, le aziende si battano anche a colpi di polizze sanitarie. Ciò detto, è evidente che i costi di queste polizze variano anche in funzione delle prestazioni che l'assicurato richiede. Quindi, un lavoratore malato non conviene all'azienda, in nessun senso. Di fronte a questa situazione, due sono le possibili scelte: quella di WalMart, il gigante dei supermercati low cost (che ha provato senza successo a sbarcare anche in Germania), che ha suggerito ai propri dirigenti di inserire in tutte le mansioni una parte di attività fisica, così da scoraggiare le persone con qualche acciacco. L'altra possibilità è invece quella intrapresa da General Mills, colosso del settore alimentare con 28500 dipendenti nel mondo e 18000 negli Stati Uniti. General Mills, infatti, ha approntato una serie di programmi di riduzione del rischio per i propri dipendenti, che puntano a ridurre i principali pericoli per la salute: il fumo, il sovrappeso, la sedentarietà, per cominciare. Ma anche indicatori più fini per esempio l'ipercolesterolemia o l'ipertensione. Dopodiché, lungi dal penalizzare il lavoratore, che è già penalizzato di suo, questa come altre aziende offrono alcune concrete possibilità preventive. Nel caso della riduzione del peso, per esempio, si dà la possibilità di partecipare, sul posto di lavoro, agli incontri del programma Weight Watchers, così come si offre aiuto per la cessazione del fumo. Addirittura sono state allestite, in alcune aziende, delle competizioni a squadre: a vincere la squadra che perdeva più peso, con tanto di premi consistenti in buoni da spendere in negozi di articoli sportivi.

Una tendenza diffusa
La cosa più interessante è che non si tratta di singole iniziative di padroni illuminati, come si sarebbe detto agli inizi del secolo scorso, ma di un vero e proprio movimento. Secondo un'indagine condotta nel 2007 su 573 imprese statunitensi, che contano per 11 milioni di dipendenti, il 72% offre programmi di valutazione del rischio (HRA, Health Risk Assessment) basati su questionari, il 42% ha organizzato programmi per la riduzione del peso e il 28 per cento ha disposto sconti sulla partecipazione alle spese sanitarie ai propri addetti che accettavano di prendere parte ai programmi preventivi. Insomma, fatti, non chiacchiere: tanto che un bell'articolo di JAMA dice testualmente che "molte aziende stanno facendo ciò che gli esperti di sanità pubblica vanno dicendo da tempo: cercare di spostare la spesa sanitaria dal capitolo delle cure a quello della prevenzione". Il nodo è questo: la spesa, perché non è pensabile che la prevenzione sia a costo zero, o possa ricadere soltanto sulle spalle del singolo. In questo senso, un po' di sano spirito mercantile è utile: tornando alla General Mills e all'obesità, tra le misure previste c'è anche la possibilità di consumare i pasti in una caffetteria sovvenzionata dall'azienda che ha in menu cibi sani (c'è anche un salad bar). Ma c'è a monte anche una politica di incentivi precisa: tutti i non fumatori, per esempio, godono di alcuni vantaggi, quindi non si tratta di premiare solo chi si converte, ma di promuovere uno stile di vita sano in tutti. Rimane ovviamente una questione non da poco, cioè la gestione dei dati personali così raccolti ma, per ora, non pare che siano stati usati per allontanare i dipendenti meno in forma, anzi.

Una cultura aziendale diversa
Peraltro, questo incide pesantemente sulla cultura aziendale: un'altra esperienza citata su JAMA riporta che i programmi di cessazione del fumo hanno avuto più successo quando parallelamente sono state applicate misure di riduzione dell'esposizione a sostanze pericolose sul posto di lavoro. Non ha senso chiedere a una persona di smettere di fumare, così si riducono anche i costi delle polizze pagate dal datore di lavoro, e poi lasciare che vada incontro a una malattia occupazionale. E questo discorso segna la lontananza tra queste situazioni di eccellenza, per quanto diffuse, e la media delle situazioni lavorative. Anche in Italia, dove, dal rispetto della legge Sirchia sul divieto di fumo a quello delle norme antinfortunistiche, c'è ancora molta strada da fare. Un milione di infortuni l'anno, e mille morti, lo testimoniano.

Maurizio Imperiali

Fonte
Okie S. The employer as health coach. N Engl J Med. 2007 Oct 11;357(15):1465-9



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