Ma in pista è un'altra cosa

20 giugno 2008

Ma in pista è un'altra cosa



A vederli che cadono a 300 all'ora, e praticamente sempre si rialzano, Max Biaggi, Loris Capirossi, Marco Melandri e via aprendo il gas, c'è da credere che il solo fatto di cavalcare una moto possa conferire una qualche forma di immunità. Le cose, però, non stanno così, o meglio non sempre. Lo spiega il dottor Claudio Costa. E' un personaggio che non ha bisogno di presentazioni per gli appassionati di moto, ma per gli altri sarà il caso di dire che Costa segue dal 1977 le corse motociclistiche e che a lui si deve l'allestimento della prima "clinica mobile" al seguito del circuito del Grand Prix. In questi anni, come dice il pluricampione Valentino Rossi, è diventato l'angelo custode dei piloti. E allora, semaforo verde alle domande

Un po' di statistiche, per cominciare: quanto si cade in pista?
In un anno si assiste a circa 500-700 cadute, e una volta su due il pilota riporta traumi di lieve e media gravità. Per rendere l'idea, nell'arco di un anno di gare è necessario trasferire in ospedale l'infortunato in ambulanza soltanto sei o sette volte e i casi in cui si deve ricorrere al trasporto in elicottero, quindi quelli che richiedono interventi urgenti, sono da uno a tre l'anno.

Insomma sembra difficile ferirsi gravemente, mentre l'esperienza delle cadute stradali è diversa.
La differenza è sostanzialmente una sola: la presenza di ostacoli. L'autodromo è concepito in modo da lasciare ampie vie di fuga soprattutto nei rettilinei, di conseguenza anche le cadute alle velocità più elevate raramente hanno gravi conseguenze. Non a caso le fratture sono più frequenti nelle varianti che si affrontano a velocità più basse ma nelle quali è più probabile incontrare ostacoli.

C'è anche un effetto delle protezioni che i piloti indossano?
Negli ultimi tempi queste hanno fatto notevoli progressi. Per esempio i guanti ora sono molto più efficaci nel proteggere anulare e mignolo, cioè le dita più esposte nelle cadute: traumi e fratture a medio, indice e pollice sono abbastanza rare. Certamente le abrasioni sono sempre possibili... C'è poi il paraschiena che in effetti si rivela utile nel proteggere le vertebre in caso di caduta dall'alto, cioè quando il pilota viene sbalzato e ricade a terra.

E i traumi cranici?
Tra i piloti che cadono in pista la frequenza di questo trauma varia dall'11% al 27% a seconda delle casistiche, ma quasi mai con conseguenze gravi; è il segno che gli attuali caschi svolgono molto bene la loro funzione.

Però è stato detto che il casco, a sua volta, può provocare danni alle vertebre cervicali...
In tutti questi anni ho assistito a circa 10.000 incidenti in pista e non ho mai riscontrato danni alle vertebre cervicali, cioè al collo. Ovviamente la situazione in strada, nel traffico, è completamente diversa per il motivo indicato prima: la dinamica della caduta, dell'incidente è completamente diversa. Viene da chiedersi, nei casi in cui si producono traumi del collo che cosa sarebbe successo senza il casco. 

Un altro argomento: il recupero. Si resta un po' sorpresi a vedere piloti che si fratturano una clavicola e dopo due settimane sono di nuovo in sella...
Quella della clavicola è una frattura particolare, che richiede un trattamento per così dire "comodo". Si tratta di applicare un bendaggio relativamente morbido, che dovrebbe poter essere tolto per circa quattro ore al giorno (non di notte ovviamente). Attuata questa misura, nel giro di 21 giorni la clavicola ritrova una stabilità sufficiente per riprendere l'attività. Non dico che l'osso si è saldato, per questo risultato occorre più tempo, ma già tre settimane consentono il recupero delle funzioni. Se poi si vuole riprendere prima si deve ricorrere alla chirurgia, all'osteosintesi mediante placca e viti: gli altri interventi non sono idonei a questo scopo.

E l'eventuale riabilitazione?
Non esistono regole valide per tutti allo stesso modo. Il medico deve tenere presente l'uomo "che sta attorno" alla frattura, e regolarsi di conseguenza in base alla sue aspirazioni, alla sua motivazione.

In definitiva, casco guanti, stivali e protezioni sono utili a tutti ma, sfortunatamente, un conto è la pista, un altro le strade urbane ed extraurbane. Prudenza resta la parola d'ordine.

Maurizio Imperiali


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