In quota senza pericoli

02 agosto 2007

In quota senza pericoli



Quando si soffre di mal di mare o di mal d'auto, al massimo nausea e vomito diventano fastidiosi compagni di viaggio; con il mal di montagna, invece, l'organismo fa i conti con la mancanza della normale disponibilità di un elemento fondamentale: l'ossigeno. La pressione atmosferica si abbassa e la pressione parziale dell'ossigeno presente nell'aria passa da 160mmHg del livello del mare a, per esempio, 110mmHg a 3000 metri di altitudine. In queste condizioni la saturazione dell'ossigeno nel sangue diminuisce dal 98% al 90%, una variazione che necessita di una fase di acclimatazione respiratoria e cardiovascolare. Prevista quando si affrontano cime impegnative quanto a dislivello da percorrere.

Altezze mozzafiato
Se gli adattamenti non sono adeguati o le quote salgono ulteriormente, compaiono sintomi tipici delle patologie correlate all'alta quota. Un quadro clinico che, nella sua forma acuta, alpinisti e scalatori, che normalmente vivono a basse quote, condividono con alcuni passeggeri di aerei che hanno segnalato un stato di malessere. Nonostante la pressurizzazione della cabina aerea, i passeggeri sono esposti a una pressione atmosferica pari a quella che si rileva a oltre 2000 metri (tra 1981 e 2438 metri) di altitudine. Infatti, per quanto la cabina pressurizzata li protegga dalla bassa pressione esterna durante il volo, non è in grado di mantenere la pressione corrispondente a quella del livello del mare. Per farlo sarebbe necessaria una quantità di energia in più, incompatibile con la normale ingegneria dei velivoli e il consumo del carburante. Il risultato è una pressione atmosferica di 565mmHg, anziché i 760mmHg che ci sono a terra, equivalenti a quelli che si registrano su una montagna di 2400 metri. Il passeggero non acclimatato, esattamente come chi affronta l'ascensione di una montagna a 2000 metri senza acclimatazione, può andare incontro al mal di montagna acuto, vale a dire una sindrome autolimitante caratterizzata da mal di testa, nausea, vomito, anoressia, letargia e disturbo del sonno. La prevalenza dei disturbi dipende e aumenta con l'altitudine raggiunta, con la velocità con cui si raggiunge e se si sono verificati altri episodi in precedenza. A livello fisiologico, con molta probabilità, si può chiamare in causa uno stato di carenza di ossigeno ipobarica e la gravità dei sintomi è inversamente proporzionale alla saturazione dell'ossigeno arterioso.

Simulazione di volo
Ipotesi confermata da uno studio di simulazione fatto su 500 volontari sani che non erano mai stati ad altitudini superiori ai 1200 metri. All'interno di una camera ipobarica sono state ricreate le condizioni di volo, con pasti, snack, toilette, proiezione di film, la saturazione dell'ossigeno arterioso è stata misurata prima della depressurizzazione e a intervalli fino a 19 ore dopo la depressurizzazione e durante la prima e la seconda ora dopo la ripressurizzazione. In effetti si confermava la riduzione attesa della saturazione dell'ossigeno che in media, alla pressione dei 2400 metri, era scesa di 4,4 punti percentuali, rispetto ai valori misurati a 200 metri. Ciò che invece non si registrava era la sintomatologia, o per lo meno non si manifestava in modo generalizzato, a testimoniare che i 4 punti in meno di saturazione non erano sufficienti per scatenare la sindrome acuta da montagna, né provocare altri effetti avversi sullo stato di salute dei viaggiatori simulati. La sindrome è stata rilevata nel 7,4% dei finti passeggeri e con frequenza maggiore quando la quota saliva ai 2400 metri, cioè la normale quota di crociera dei voli commerciali. Gli autori non escludono che nel loro studio proprio perchè simulato, la prevalenza dei sintomi possa essere stata sottostimata e la comparsa dei disturbi non si poteva spiegare con altri fattori correlati al volo.
Ciò che però sostengono è che l'ipossia, cioè il basso apporto di ossigeno, associata alla bassa pressione che si crea a 2400 metri di altitudine non è pericolosa per la salute di persone sane, ma che il diminuito contenuto si ossigeno nel sangue può avere un ruolo nello sviluppo di disturbi e fastidi durante o dopo un volo aero. I dati raccolti suggeriscono di mantenere, durante voli di lunga durata, i valori di pressione atmosferica a quelli corrispondenti a un'altitudine di 1800 metri, cioè di circa 600mmHg, ma anche senza queste condizioni la cabina aerea resta un luogo sicuro a tutti gli effetti. Per le condizioni ottimali bisognerà attende l'intervento di ingegneri aeronautici.

Simona Zazzetta

Fonte
Muhm JM et al. Effect of aircraft-cabin altitude on passenger discomfort. N Engl J Med. 2007 Jul 5;357(1):18-27





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