Se è per lavoro...

08 luglio 2005
Focus

Se è per lavoro...



Globalizzazione non significa soltanto delocalizzazione delle aziende, ma anche dei lavoratori. Infatti sempre più spesso chi opera all'interno di grandi aziende o di aziende piccole ad alta specializzazione, si trova a dover viaggiare per lavoro, quando addirittura non deve stabilirsi all'estero per periodi anche molto lunghi.In ambito di medicina del lavoro si è addirittura giunti a una classificazione delle trasferte per lavoro in base alla durata e alla frequenza. Si parla di frequent traveller quando il lavoratore soggiorna all'estero per periodi fino a 1 settimana più volte l'anno. Vi è poi la missione all'estero breve, con durata da 7 a 30 giorni, che può ripetersi anche diverse volte l'anno, si parla di medio periodo quando la trasferta dura da 1 a sei mesi e di trasferta di lunga durata quando si va da 6 mesi a un anno.Nel 2002 i viaggi di italiani per ragioni di lavoro sono stati circa 16 milioni, mentre quelli effettuati per turismo o altre ragioni personali hanno toccato quota 36 milioni. Attualmente il Ministero degli esteri stima che gli italiani residenti all'estero per ragioni lavorative siano 5 milioni.

Cosa dice la legge
Le dimensioni di questo fenomeno hanno fatto sì che la tutela della salute di chi viaggia per la azienda da cui dipende fosse oggetto anche di una tutela particolare dal punto di vista legale, tutela che è prevista nella legge 626, la stessa che tutela salute e sicurezza sui luoghi di lavoro. In particolare, all'articolo numero 16 si stabilisce che l'azienda deve tutelare la salute e la sicurezza del viaggiatore/lavoratore, ottimizzare la capacità del lavoratore/viaggiatore di svolgere in sicurezza la propria mansione, proteggere la salute e la sicurezza dei colleghi e dei cittadini. Questo significa che se un dipendente asmatico può senz'altro svolgere una mansione di ufficio in un ambiente in cui il carico di allergeni è basso o nullo, l'azienda non può inviarlo a fare lo stesso lavoro, in una località circondata da piante e fiori e in un ufficio invaso dai pollini per assenza di condizionamento e depurazione.Ma non è solo questo. In base a quanto disposto da altri due articoli (numero 78 e numero 86) l'azienda è tenuta a informare il dipendente di tutti i rischi correlati al viaggio e a fornirgli tutti gli strumenti idonei alla prevenzione. In questa definizione rientrano anche le vaccinazioni (per esempio contro l'epatite A o contro il tetano) così come l'eventuale chemioprofilassi (come quella antimalarica).

Il ruolo del medico
Ovviamente queste situazioni particolari, ma come si è detto sempre più frequenti, pongono problemi diversi anche al medico del lavoro. Per esempio questi non può più limitarsi a verificare l'idoneità alla mansione, ma deve farsi carico anche dello stato di salute generale del lavoratore in funzione delle diverse condizioni, per esempio climatiche, nelle quali si troverà a vivere ed operare. Magari non ci si pensa, ma è evidente che un paziente iperteso, sottoposto a trattamento farmacologico, non può passare da un clima temperato a uno tropicale o equatoriale senza che si tenga presente la possibilità di dover cambiare quantomeno i dosaggi delle medicine assunte.Sempre da parte dell'azienda vi è poi l'obbligo di prevedere, soprattutto se la trasferta ha come meta località depresse, con carenze di strutture sanitarie, la possibilità di trasportare il dipendente altrove per ricevere le cure eventualmente necessarie. In un certo senso, potrebbe sembrare più facile e sicuro viaggiare per lavoro, visto che l'azienda ha obblighi precisi, ma basta pensare che la meta, qui, non la sceglie il viaggiatore...

Giancluca Casponi

Fonte
Conferenza Stampa SIMVIM. Milano 24 giugno 2005



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