Salute che affari

24 ottobre 2002

Salute che affari



Ai molti che con qualche ragione si lamentano dei ticket e attendono le (previste) misure restrittive della Legge Finanziaria in tema di sanità, potrà anche risultare interessante quel che capita negli Stati Uniti.
Lì, come molti sapranno, l'assistenza pubblica (molto limitata) è riservata agli indigenti, mentre per gli altri si deve ricorrere o alle polizze assicurative o a un particolare tipo di mutua chiamata HMO (Health Maintenance Organisation). Chi paga i premi? O il singolo cittadino o il datore di lavoro, in quanto tra i benefit che il dipendente può ricevere rientra anche la copertura sanitaria. Tuttavia l'esborso non si ferma qui: è possibile che l'assicurazione o l'HMO richiedano su tutte o alcune prestazioni il copayment (in pratica il ticket) oppure, in caso di assistenza indiretta, rimborsi inferiori a quanto effettivamente pagato. 

Caro-vita, caro-salute
Beh, almeno non ci saranno deficit, si potrebbe obiettare, e quindi non ci saranno nemmeno continui prelievi o restrizioni. Non è così: i premi delle polizze salute aumentano al gran galoppo. Dal 2001 al 2002 sono saliti in media del 10% e per i contratti 2003 si parla di una crescita superiore o pari al 20%. I primi a lamentarsi sono stati ovviamente i datori di lavoro, o meglio le loro associazioni che trattano i contratti con le assicurazioni. In alcuni casi, per esempio per CalPERS, l'associazione che raggruppa i fondi pensione dei dipendenti pubblici della California, sono addirittura saltate le convenzioni con due compagnie, perché chiedevano adeguamenti fuori dalla portata della CalPERS. 
La spiegazione degli aumenti è sempre la crescita del costo delle prestazioni, dai farmaci agli interventi chirurgici alle giornate di degenza. Peccato, commentano le associazioni degli imprenditori e quelle dei consumatori, che non si faccia invece menzione dei profitti delle compagnie stesse.

Salute, che affari
Nel 2001, infatti, gli utili delle assicurazioni sono cresciuti del 25% in media, per un profitto complessivo del settore pari a 4,1 miliardi di dollari. Secondo esponenti del mondo della finanza e degli affari, per esempio importanti società di consulenza, potrebbe esserci il sospetto che le compagnie vadano un po' oltre la ricerca del giusto profitto, approfittando del fatto che tutti danno per scontato che i costi delle prestazioni aumentano. Ancora la CalPERS, infatti, ha dichiarato che il margine delle compagnie a questo punto diventerà oggetto di contrattazione. Secondo i commentatori americani c'è anche da tenere presente un altro aspetto nella dinamica dei costi delle polizze: se una compagnia vuole aumentare i suoi clienti tiene bassi i premi, mentre quando ha raggiunto il suo obiettivo tende ad alzarli. La risposta potrebbe essere cambiare compagnia o passare da una polizza a un sistema HMO. Peccato che il mercato delle coperture sanitarie negli Stati Uniti veda un soggetto in posizione prevalente - la Blue Cross-Blue Shield - che da sola realizza il 70% dei profitti e in alcune aree rappresenta la sola offerta presente, spiega Melissa Gannon, vice-presidente della società di consulenza Weiss.

Le conseguenze
Secondo Families USA, una delle principali associazioni di consumatori statunitensi, l'effetto di questo andamento potrebbe essere la rinuncia da parte di molti datori di lavoro, probabilmente i meno forti, a fornire come benefit la polizza sanitaria, cosa che lascerebbe altri milioni di famiglie senza copertura (negli Stati Uniti sono già 40 milioni i cittadini in questa situazione). Oppure, potrebbe prodursi un continuo aumento della partecipazione alla spesa da parte del cittadino. Families USA si dimostra piuttosto battagliera, e già qualche tempo fa, di fronte alle proteste degli assicuratori per i costi delle clausole di tutela votate dal parlamento di Washington, era andata a fare le bucce agli stipendi dei "top manager" delle compagnie, stipendi che non erano certo... della mutua.

Maurizio Imperiali


Fonte
Christine Wiebe. Rising health premiums fail to stir consumers-yet. Medscape Money & Medicine 3(2), 2002




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