Il 118 vuole fare di più

06 giugno 2008

Il 118 vuole fare di più



Sono passati 25 anni dall'istituzione del servizio delle emergenze sanitarie, il 118. Un periodo nel quale i cittadini hanno preso famigliarità con questo servizio abbandonando, anche nella consapevolezza comune, il vecchio sistema delle ambulanze. Un periodo sufficiente per tracciare anche delle valutazioni, "non per dire che cosa non funziona, come spesso succede in Italia, ma per indicare dove si può migliorare ulteriormente" spiega Mario Landriscina, referente nazionale per l'emergenza della Società italiana di anestesia, analgesia, rianimazione e terapia intensiva, e responsabile del 118 di Como. "A differenza di quanto accade per la Polizia, o i Vigili del fuoco, per il 118 non esistono standard nazionali, ma si è partiti da realtà locali". Per questo la SIARTI, nel massimo rispetto delle competenze e dei ruoli dei diversi attori della sanità territoriali, ha elaborato una proposta di riassetto del servizio che si prefigge un numero preciso di obiettivi fondamentali.

Abbreviare i tempi delle cure definitive
Il primo è sgravare dalla richiesta impropria il Pronto soccorso dell'Ospedale, evitando che casi di pertinenza del medico di medicina generale o della continuità assistenziale, la guardia medica, confluiscano in una struttura che dovrebbe occuparsi di casi di una certa gravità, "ma sgravare il Pronto soccorso significa anche che i casi realmente di emergenza arrivino direttamente nel reparto in grado di operare trattamenti risolutivi" spiega il dottor Landriscina. "Un infarto, diagnosticato sul territorio grazie alle tecnologie oggi disponibili, deve poter giungere direttamente alla sala di emodinamica senza neppure transitare per il pronto soccorso, lo stesso deve accadere con i grandi traumi, che devono raggiungere la chirurgia e per le patologie cerebrovascolari, che vanno avviate immediatamente al neurologo e al neurochirurgo". Queste tre tipologie, del resto, rappresentano l'80-85% delle emergenze che si incontrano sul territorio e questo comporta la necessità di stringere una forte collaborazione tra gli "emergentisti" presenti nei mezzi di soccorso o nelle strutture e gli specialisti ospedalieri che se ne occupano. Tutto ciò conduce a un altro punto che sta molto a cuore alla SIAARTI, vale a dire il rapporto tra i medici del 118 e l'ospedale. "Chi opera nell'emergenza deve vivere un rapporto continuo con il reparto ospedaliero che è un luogo di apprendimento continuo e, soprattutto, il posto dove è possibile fare esperienza quotidiana. Non serve avere un medico rianimatore a ogni angolo di strada, ma occorrono rianimatori bravi e rapidi". Questo è un aspetto importante, perché nella pratica dell'emergenza rientrano interventi che richiedono, si perdoni il termine profano, un notevole allenamento: per eseguire una tracheotomia correttamente e nei tempi imposti dall'emergenza bisogna eseguirne un certo numero. E del resto è così in tutta la chirurgia: da tempo si è stabilito che il numero di interventi eseguito è direttamente correlato alla percentuale di successi.

Integrazione con ospedale e territorio
Ma proprio su questo aspetto pesano le differenze locali. "In Lombardia c'è un medico delle emergenze ogni 100000 abitanti, in altre Regioni si scende a uno ogni 5000, e questo non contribuisce certo ad aumentare l'esperienza: è difficile riuscire a vedere un numero di casi sufficiente nell'arco di un anno" spiega Mario Landriscina. Per questo, nelle proposte della SIAARTI rientra, oltre al turn over periodico di tutti gli operatori impiegati con la parte Intensiva dei Dipartimenti di Emergenza, l'istituzione di percorsi formativi ad hoc sia all'interno delle Scuole di specializzazione, sia sotto forma di Master post laurea di uno o due anni, perché non è detto che tutti richiedano cinque anni di specializzazione. Molti sono i docenti universitari appartenenti alla SIAARTI che si sono messi a disposizione per queste iniziative.Quanto alla medicina territoriale, spiega Landriscina, va istituito "un circuito parallelo per le necessità sanitarie non legate all'emergenza, un numero al quale il paziente possa rivolgersi per rintracciare le alternative al medico di famiglia se non è normalmente raggiungibile, o per raggiungere i servizi di continuità assistenziale, la cosiddetta Guardia medica. Non può essere lo stesso circuito, cioè non può essere il 118 stesso ad assumere questa funzione, ma l'operatore del 118 deve poter indirizzare il cittadino al servizio giusto. Perché non ci piace, e soprattutto non basta, rispondere: ha sbagliato numero".

Maurizio Imperiali



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