Scoop: usare con cautela

01 luglio 2003

Scoop: usare con cautela



Il giornalismo scientifico è in salute? Se lo è chiesto un editoriale di Lancet concludendo che, sebbene il numero di articoli di argomento medico che appaiono sulla carta stampata sia in costante aumento, la strada da fare per arrivare a un buon livello è ancora lunga. Molto spesso, infatti, invece di giornalismo medico si ha a che fare con veri e propri articoli pubblicitari. Un dato ancor più preoccupante in un contesto nel quale sono molto diffusi i collegamenti finanziari tra le industrie e i ricercatori.

Benefici esagerati
L'editoriale fa riferimento, per cominciare, a uno studio canadese, che ha preso in esame articoli di giornale a partire dall'anno 2000 a proposito di cinque farmaci: atorvastatina, celecoxib, donepezil, oseltamivir e raloxifene. Solo il 32% degli articoli menziona potenziali effetti dannosi, mentre i benefici sono discussi cinque volte più degli inconvenienti. Non solo: sempre il 32% degli articoli parla di costi e solo il 26% contempla informazioni sull'origine dei finanziamenti dello studio, men che meno si citano in qualche modo eventuali conflitti di interesse. Per il celecoxib, per esempio, solo il 16% dei giornali canadesi cita potenziali effetti collaterali, malgrado possa essere associato con un'aumentata incidenza di alcuni effetti avversi se confrontato con le alternative già sul mercato. Lo studio canadese riecheggia uno studio statunitense, condotto su tre farmaci, che ha riscontrato valori numerici simili, con eccessiva enfasi sui benefici e poco spazio ai rischi, tra l'altro solo relativi. Se è vero che entrambi gli studi prendono in considerazione un numero esiguo di farmaci, è vero d'altro canto che uno studio norvegese di stampo analogo che ne ha presi in considerazione 60, tra il 1998 e il 2000, è giunto a conclusioni analoghe. Solo il 39% degli articoli cita effetti dannosi, il 27% fa riferimento ai costi e solo il 2% considera i conflitti di interesse eventuali.
Nonostante non manchino episodi in cui gli effetti avversi dei farmaci siano esagerati nei racconti dei media, questi studi sistematici evidenziano come in generale siano sopravvalutati i benefici, e sottostimati rischi e costi, mentre eventuali interessi economici di chi ha condotto lo studio sono pressoché ignorati. Senza adeguati approfondimenti in materia - continua l'editoriale - si potrebbe speculare che giornalisti ed editori siano particolarmente sensibili alla valanga di promozioni che quotidianamente investe le redazioni.

Ansia da scoop
A rincarare la dose ha pensato un altro studio, citato dall'editoriale, che ha stabilito come risultati ancora preliminari, presentati come abstract alle conferenze, spesso ricevano una copertura mediatica capillare e i dati presentati come definitivi, rischiando di generare false speranze. Questi comunicati stampa, il più delle volte, enfatizzano i risultati ignorando i limiti delle ricerche o eventuali finanziatori interessati. Le notizie, poi, non passano neanche al vaglio delle riviste scientifiche più accreditate ma arrivano direttamente ai giornali come comunicati stampa delle aziende, basti per tutti l'annuncio della Advanced Cell Technology di aver creato il primo embrione umano per la clonazione. Una notizia caduta nel dimenticatoio dopo la sparata iniziale. Dà da pensare - aggiunge maliziosamente l'editorialista - che spesso i giornalisti scientifici facciano lavori su commissione per le industrie farmaceutiche o che facciano viaggi spesati o che accettino generosi premi giornalistici sponsorizzati, guarda un po', da industrie farmaceutiche. Forse sarebbe opportuno allentare questi legami e migliorare di conseguenza la qualità delle notizie mediche con un'informazione più sobria e meno ingannevole. Il problema, comunque, è molto complesso e non si può ridurre semplicemente agli intrecci tra giornalisti e industria. L'ansia da scoop, per esempio, gioca un ruolo significativo. Le news, in quanto tali, devono privilegiare la novità assoluta e allora via con cure miracolose, farmaci rivoluzionari e svolte scientifiche. Un menu che dato in pasto ai lettori sicuramente sazia, con grande gioia anche degli sponsor e degli azionisti dei media.
Attenzione alla scienza spettacolo. La situazione comunque non è così drammatica. Si sta sviluppando un approccio sempre più scettico da parte sia di organizzazioni accademiche sia giornalistiche. Più attenzione alla qualità delle "storie" che hanno per oggetto la medicina, workshop e seminari organizzati sull'argomento, linee guida sempre più comuni. Ma la cautela non è mai troppa. Non si devono, infatti, applicare i metodi riduzionisti accademici in modo rigido all'informazione scientifica. Meglio parlare così di principi di corretta "copertura" della notizia piuttosto che di linee guida e meglio sollevare interrogativi per i giornalisti piuttosto che scrivere regole da seguire pedissequamente. E il pubblico? Meglio diffidare dell'informazione che utilizza la scienza spettacolo ed il falso scoop scientifico. La notizia va presa con prudenza se non è controllata dalla comunità scientifica in quanto spesso può nascondere grossi interessi di varia natura. Il caso Di Bella ricorda qualcosa?

Marco Malagutti


Fonti
Moynihan R. Making medical journalism healthier. Lancet 2003; 361 




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