Ma il dottore che fa?

11 giugno 2004

Ma il dottore che fa?



Il medico di medicina generale o il medico di famiglia come lo si conosce da noi sono una figura meno diffusa di quanto si creda. Nata nella Gran Bretagna post-bellica, in seno alla riforma Beveridge che portò al sistema sanitario universalistico, ha la sua specificità nell'essere una sorta di Virgilio che, oltre a curare direttamente il paziente, lo guida nell'accesso alle prestazioni degli specialisti e in un certo senso lo rappresenta nei confronti di tutto il sistema sanitario. A questo sistema esistono alternative. In Francia, per esempio, dove vige l'assistenza indiretta (si pagano tutte le prestazioni ambulatoriali che, però, vengono rimborsate a tambur battente dalla Cassa Malattia), il paziente non ha il medico di famiglia e poteva teoricamente rivolgersi direttamente a un medico di medicina generale o a uno specialista indifferentemente, anche più volte al giorno, fatto salvo poi il diritto della cassa malattia di riconoscere o meno il rimborso. Ma non c'è chi per così dire tenga le fila della storia clinica della persona. Ora però anche in Francia la situazione è cambiata, e si richiede, prima di accedere alle prestazioni specialistiche, la loro indicazione da parte di un medico generalista. Come ben insegna l'episodio del film di Nanni Moretti "Caro diario" non è detto che il singolo cittadino, libero di passare da uno specialista all'altro, sia in grado di arrivare alla soluzione delle sue difficoltà. Anzi è più facile il contrario.

Differenze culturali
In Gran Bretagna, però, il medico di famiglia quasi mai esercita da solo come accade in Italia. La regola generale è, piuttosto, che operi in uno studio con più colleghi (le General Practice) e che, soprattutto, eroghi delle prestazioni che in Italia, almeno a quanto se ne sa, praticamente mai vedono coinvolto il medico di famiglia. Per esempio i prelievi vaginali per il Pap-test. E' anche una questione culturale, sia chiaro, ma certamente anche organizzativa. Un altro esempio: quanti si sono fatti suturare una ferita dal proprio medico? A questo proposito parecchi anni fa (era ministro della Salute Carlo Donat Cattin) si introdussero le cosiddette "prestazioni di particolare impegno professionale", retribuite a parte del SSN, ma l'esperimento ebbe poco successo, o meglio ne ebbe troppo: in poco tempo i fondi a disposizione di questo capitolo di spesa furono esauriti, con polemiche tra medici e ministero sull'effettività delle prestazioni erogate.

Compiti di controllo?
Di fatto, però, come prova anche l'esempio francese, il medico di famiglia ha, in tempi di restrizione dei fondi per la sanità, un onere in più: farsi in qualche modo carico del contenimento della spesa. Questo significa non solo optare per i farmaci meno costosi a parità di efficacia, ma anche mettere in campo le prestazioni di secondo livello (le visite specialistiche, i ricoveri, le indagini strumentali più sofisticate) soltanto a ragion veduta. A questo aspetto se ne aggiunge ora, per esempio nel caso della Lombardia, un altro e cioè la gestione delle liste di attesa. Al di là del fatto che un esame o una visita siano necessari, al medico viene chiesto di determinarne l'urgenza. Non solo l'urgenza "urgente", come nel caso del sospetto di un tumore che, ovviamente, rende indispensabile l'esecuzione immediata, per esempio, di una TAC, ma anche la graduazione delle altre priorità: un conto è risolvere un sospetto diagnostico, anche dove non è in gioco la vita, un altro seguire un follow-up, per esempio le mammografie periodiche in persone sane.

La contrattazione è regionale
Tutto questo, ormai da anni, ha portato a una certa insoddisfazione nei medici di famiglia, per motivazioni diverse. Alcuni ritengono che certi compiti "burocratici" stiano snaturando la professione, altri ritengono che il medico di famiglia sia, alla fine, l'unico professionista al quale si può accedere direttamente quando e come si vuole. A rendere più complesso il quadro c'è poi il fatto che ormai da una Regione all'altra cambiano alcuni aspetti fondamentali, per esempio le indennità per chi ha assunto personale infermieristico o di segreteria. A rendere oltre che più complesso, più fosco il quadro è effettivamente la scarsità di fondi che le Regioni possono destinare al capitolo della medicina generale in convenzione. La coperta, oltretutto, è corta e, viste le proposte in atto di cui si dà conto in un altro articolo, l'investimento sulla medicina del territorio potrebbe essere remunerato solo se permette di risparmiare sulla spesa ospedaliera. Sull'ospedale, infatti, si ritiene che gravino prestazioni che potrebbero essere più economicamente erogate dal medico di famiglia o, per meglio dire dalla medicina del territorio. 
Intanto, resta il fatto che secondo le organizzazioni dei medici ci sono da recuperare tre anni di inflazione: come dire che è aumentato il prezzo della pizza, ma non quello della misurazione della pressione...

Maurizio Imperiali





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