Strutture periferiche

30 agosto 2002

Strutture periferiche



In fatto di sanità, l'estate è stata dominata da due temi: le mutue e la chiusura dei piccoli ospedali. Per quest'ultimo aspetto la discussione è stata avviata dal piano di ristrutturazione ospedaliera della Regione Puglia, che ha suscitato reazioni tra le popolazioni, e gli amministratori, dei comuni interessati dalla chiusura o dalla ristrutturazione degli ospedali locali.

Questione di numeri
In sé la chiusura dei piccoli centri ospedalieri non è scorretta. Anzi, dal punto di vista medico spesso i piccoli ospedali possono rivelarsi pericolosi. Perché? Per una questione di numero di prestazioni: soprattutto per specialità chirurgiche, la capacità di svolgere adeguatamente certi interventi dipendesenz'altro dalla formazione dell'operatore, ma anche da quante volte riesce ad applicare in un anno quanto ha imparato. Qualche esempio pratico: nel casodell'angioplastica (dilatazione della arterie con il famoso palloncino) o delle coronarografie le linee guida della GISE dicono che "Il volume di lavoro minimo per l'attività diagnostica deve essere di 150 casi/anno con un volume ottimale di 300 casi/anno; i laboratori che effettuano anche attività interventistica devono effettuare non meno di 50 di tali procedure/anno". Al di sotto di questo standard la possibilità che il medico non sia abbastanza"allenato" è piuttosto forte, con le conseguenze del caso. Altri esempi sono la chirurgia endoscopica e la chirurgia ortopedica, ma l'elenco potrebbe continuare.

Non soltanto la chirurgia
Anche una malattia frequente come la polmonite può presentare delle insidie, come ha scritto sul Corriere della Sera il professor Giuseppe Remuzzi, dell'Istituto Mario Negri di Bergamo: "Di polmonite si può morire. A meno che non si faccia la diagnosi giusta (ma quanti piccoli ospedali sono in condizioni di diagnosticare una polmonite da Legionella?). La terapia c'è, quasi sempre, ma dipende dalla diagnosi e oggi che tutti viaggiano la diagnosi giusta può essere davvero difficile anche per un grande ospedale". Insomma, avere un ospedale per campanile può essere comodo, ma non è detto sia efficace, anche per prestazioni che potrebbero essere di ordinaria amministrazione come il parto. Secondo quanto dichiarato al Manifesto dal dottor VittorioBasevi, ginecologo ostetrico del Ceveas di Modena, una struttura che segua meno di 100 parti l'anno può ricadere nel caso della minore abilità nel gestire situazioni che possono complicarsi.

Chiudere non basta
In effetti spesso in Italia si sono costruiti ospedali più per creare posti di lavoro, o per coltivare clientele politiche, che per reali necessità, come provano anche le non poche strutture sanitarie abbandonate a metà un po' in tutta Italia. Ovviamente, però, non è detto che tutti gli ospedali dei piccoli centri siano privi di strutture di eccellenza: esistono esempi di reparti in situazioni decentrate che offrono prestazioni di elevata qualità. Insomma bisogna agire oculatamente e con criteri che badino più al numero di prestazioni che a quello di letti. E soprattutto va anche potenziata la rete dell'emergenza: è vero che dover fare 40 chilometri per raggiungere la struttura adeguata ci può stare. A patto che ci sia l'ambulanza pronta.

Maurizio Imperiali

Fonti
STANDARD E VRQ PER I LABORATORI DI EMODINAMICA

Documento ANMCO - SIC - GISE. 1996

Giuseppe Remuzzi. Meglio partorire in casa che in un piccolo ospedale. Il Corriere della Sera, 26 agosto 2002

Manuela Cartosio. Tagliare si può. A ostetricia, per esempio.... Il Manifesto, 29 agosto 2002



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