La pagella degli ospedali

20 luglio 2007

La pagella degli ospedali



E' possibile rendere quantitativo ciò che invece, come gli interventi clinici, ha una forte componente qualitativa, difficilmente esprimibile con i numeri? In altre parole è possibile stilare una graduatoria degli ospedali in funzione delle prestazioni? Un argomento di grande attualità visti i recenti fatti di cronaca sugli assenteismi di dipendenti ospedalieri, che hanno portato il Ministero a proporre un nuovo Sistema nazionale di valutazione. E questo si sono chiesti ricercatori statunitensi, la cui graduatoria è apparsa sugli Archives of Internal Medicine. E del resto è molto statunitense preoccuparsi del voto che viene assegnato alle strutture ospedaliere da uno dei numerosi organismi che annualmente esprimono un giudizio sui servizi sanitari erogati alla popolazione. Una modalità di raccolta dati che si è rapidamente trasformata in un business, nel quale i pazienti giocano il ruolo di consumatori di sanità. E in Italia? Una recente iniziativa ministeriale, sull'onda di una serie di scandali ospedalieri, ha portato al Progetto Mattoni, con lo scopo di svelare le differenze che esistono tra le diverse strutture del Servizio sanitario nazionale. Un confronto che ha fatto emergere enormi variazioni negli esiti delle terapie, in particolare tra Nord e Sud. Ma l'Italia è ancora molto indietro e l'approccio consumeristico ha ancora molti detrattori, sia per l'ovvia opposizione dei primari eventualmente screditati, sia perché c'è chi ritiene queste iniziative controproducenti per i pazienti. Ecco perché iniziative come quelle del Corriere della Sera, che ha stilato la propria classifica dei migliori ospedali italiani, o quella analoga del settimanale Panorama non hanno mancato di sollevare polemiche. Il problema è quello degli indicatori. Quali sono i parametri da considerare per stilare una graduatoria? Dare, per esempio, molta importanza all'attività di ricerca potrebbe essere fuorviante: un clinico potrebbe essere attivissimo nel redigere testi scientifici senza esserlo altrettanto nell'attività clinica. Lo studio degli Archives, con relativo editoriale, ha cercato di valutare la reale efficacia delle graduatorie. Con risultati contrastanti.

Hit parade statunitense
E' normale, premette l'editoriale, che dovendosi sottoporre a un intervento cardiaco ci si rivolga a chi ne ha avuto esperienza perché siano indicate le strutture migliori. Ma se una volta la valutazione degli ospedali era funzione dell'attività di lobby dell'ospedale stesso, oggi esistono graduatorie, almeno in teoria, più oggettive. Ci sono classifiche per tutti i gusti, organizzazioni federali e non, gruppi no profit, compagnie commerciali e media. Molte classifiche ma poche certezze sulla reale consistenza o accuratezza dei sistemi di misura. L'analisi dell'indagine degli Archives è stata condotta sull'onda della graduatoria annuale stilata dal US News & World Report. Una delle più temute negli Stati Uniti. In particolare gli autori si sono soffermati sul confronto tra gli ospedali entrati in classifica contro quelli esclusi rispetto al rischio di mortalità a 30 giorni per pazienti con infarto miocardico acuto. I risultati? Le classifiche sono realmente attendibili, cioè gli ospedali in alta classifica hanno realmente indici di qualità dell'assistenza maggiori rispetto a quelli di bassa classifica. Ma non sul tasso di mortalità relativo ai disturbi più comuni come l'infarto. Questo perché, osservano i ricercatori, gli indici utilizzati si soffermano più sulla qualità strutturale degli ospedali che non sulle conseguenze per i pazienti. Ciò non toglie che la valutazione di una struttura ospedaliera sia importante. E lo è in particolare per indurre gli ospedali, laddove abbiano pessimi punteggi, a migliorarsi. Ma anche gli ospedali in alta classifica non dovrebbero adagiarsi sugli allori perché i veri vincitori, conclude l'editoriale, in questo tipo di competizione sono i pazienti.


Marco Malagutti

Fonte
Peterson ED et al. Identifying High-Quality Hospitals: Consult the Ratings or Flip a Coin? Arch Intern Med. 2007;167:1342-1344





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