Se il ricovero ammala

12 gennaio 2007

Se il ricovero ammala



Lo scandalo era inevitabile. Come si può reagire di fronte all'evidenza, svelata dall'inchiesta dell'Espresso, che il posto per eccellenza della guarigione, l'ospedale, è, invece, un posto dove è molto probabile infettarsi e per di più per mancanza di igiene. Ma al di là del legittimo scandalo non si tratta di argomenti nuovi, visto che, come sottolineato da un'editoriale della Stampa, la teoria dei germi ha circa centosessant'anni. Al punto che il British Medical Journal, che in questi giorni celebra le grandi scoperte del passato millennio, cita come una scoperta di fondamentale importanza il semplice gesto per medici e operatori sanitari di lavarsi le mani prima di toccare i loro pazienti. Eppure spesso questo semplice gesto viene trascurato con conseguenze da non sottovalutare. Ma al di là della "storica" teoria dei germi, basta scorrere le agenzie degli anni scorsi per scoprire come nel maggio 2005 Stefano Inglese, responsabile nazionale del Tribunale per i diritti del malato, dichiarava: "I dati pubblicati oggi sulle infezioni ospedaliere dimostrano che in venti anni non è cambiato praticamente nulla e siamo costretti a fare i conti sempre con le stesse percentuali sconfortanti". E ancora "le commissioni per la prevenzione delle infezioni ospedaliere, introdotte per legge, almeno sulla carta, da quasi un decennio, sono presenti in realtà solo in poco più di un terzo delle strutture e spesso producono assai poco". Le denunce c'erano già state, perciò. Al di là del clamoroso caso del policlinico romano, infatti, il problema delle infezioni ospedaliere esiste da sempre e si potrebbe fronteggiare senza aspettare gli scandali giornalistici.

Il rischio dov'è?
Lo dice il sito dell'Istituto Superiore di Sanità (ISS): le infezioni ospedaliere costituiscono una grande sfida ai sistemi di salute pubblica, perché sono un insieme piuttosto eterogeneo di condizioni diverse sotto il profilo microbiologico, fisiologico ed epidemiologico che hanno un elevato impatto sui costi sanitari e sono indicatori della qualità del servizio offerto ai pazienti ricoverati. Ma dove si annida il rischio? E' sempre l'ISS a rilevarlo: nelle stesse strutture (e si può ben capire quando l'igiene è come quello dell'Umberto I....), nei sistemi di ventilazione e aerazione, nei flussi di acqua, nel trattamento dei tessuti e dei campioni di laboratorio, nell'igiene del personale (le mani sporche di cui sopra) e ancora le pratiche chirurgiche e negli ausili invasivi (cateteri in primis). Le infezioni possono insorgere su pazienti immunocompromessi durante il ricovero e la degenza o, in qualche caso, anche dopo la dimissione del paziente e possono avere diverso grado di gravità, fino ad essere letali.

La prevenzione latita
Il problema perciò è noto e nient'affatto da sottovalutare e, di conseguenza, ci si dovrebbe aspettare un attivo ed efficiente sistema di sorveglianza e di controllo. E' così? Non esattamente, anzi. In Italia non è stato ancora attivato un sistema di sorveglianza nazionale e ci si affida alla buona volontà delle singole realtà. Una lacuna evidente, per esempio, è la mancanza di personale dedicato ai sistemi di rilevazione e identificazione, presente, invece, negli Stati Uniti e nei paesi del Nord Europa. In più mancano anche i numeri e quelli disponibili non sono certo rinfrancanti. Nel nostro paese, secondo uno studio recente condotto con la consulenza dell'Istituto Spallanzani di Roma su 300 reparti in 40 ospedali d'Italia, si registrano fra 450mila e 700mila infezioni contratte nelle strutture sanitarie con un numero di morti che oscilla dai 4,5 ai 7mila e con un costo sociale stimabile intorno ai 100 milioni di euro. Ma l'aspetto più scandaloso di questo studio è che a distanza di vent'anni dall'ultimo studio epidemiologico effettuato, la situazione è rimasta invariata. E tra vent'anni si ripeteranno gli stessi discorsi? Il ministro Turco sembra molto determinato, ma non bastano certo le tanto strombazzate ispezioni dei Nas a risolvere la situazione.


Marco Malagutti

Fonti 
L'Espresso
Adnkronos



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