Territorio inesplorato

25 luglio 2008

Territorio inesplorato



Si è sempre detto che il Servizio sanitario nazionale italiano era ospedale-centrico, vale a dire che a dispetto della presenza di un medico di famiglia a testa, si fa per dire,la gestione della malattie acute, o delle urgenze tendeva a rifluire comunque verso l'ospedale. Si è a lungo parlato, anche, di un maggiore finanziamento delle strutture ospedaliere a discapito degli investimenti per quelle territoriali e, quindi, di una assistenza territoriale, e quindi domiciliare, in debito di ossigeno. Se è vero, o è ancora vero, lo ha determinato con buona approssimazione un'indagine condotta dalla FIASO, Federazione italiana delle Aziende sanitarie e ospedaliere. I dati sono stati presentati a Roma il 10 luglio e sono il risultato di una valutazione a campione dei servizi esistenti nel territorio di 13 ASL in 11 Regioni. L'indagine si è avvalsa della collaborazione del Centro di ricerca sulla gestione dell'assistenza sanitaria e sociale (CERGAS) dell'Università Bocconi di Milano. Passando ai dati, il primo è il finanziamento. Il territorio, ha ricordato il direttore del CERGAS, Francesco Longo, oggi rappresenta la metà della spesa sanitaria. Mentre l'ospedale ne assorbe il 44%. "Ma del territorio - continua Longo - sappiamo poco. Nella ricerca infatti si evidenzia che sono quattro i "pezzi" che compongono questi servizi: strutture intermedie (case di riposo, riabilitazione, lungodegenze), cure domiciliari e medico di famiglia, specialistica e ospedale di prossimità".

Scelte diverse tra le Regioni
Non si è ancora capito, però, quale sia il mix giusto per questo 55% della spesa sanitaria assorbita dal territorio - spiega Longo - non ci sono indicazioni univoche su quanto cioè debba essere investito sui diversi pilastri di questa assistenza", ovvero su strutture intermedie, medici di famiglia, specialistica o lungodegenze."Ogni azienda - ha precisato Longo - ha definito, come dimostra lo studio, un proprio personalissimo mix. La prospettiva, ora, è quella di capire meglio come organizzare e distribuire la spesa in maniera ottimale". Vi sono comunque indicazioni che un'assistenza territoriale ben organizzata determina una riduzione di spesa: i ricoveri in ospedale infatti possono ridursi fino al 50%. E anche le cure ospedaliere offerte nelle aree dove funziona di più la medicina del territorio, sono più appropriate, quindi con un rapporto costo-beneficio migliore. A questo, però, non è certo estranea l'organizzazione della medicina di famiglia: nelle ASL in cui i medici di famiglia lavorano in gruppo, cioè condividono lo studio, l'organizzazione dell'assistenza e hanno un rapporto di collaborazione, oltre a una riduzione dei ricoveri si registra anche l'aumento delle cure domiciliari integrate per gli anziani: se almeno il 40% dei medici di medicina generale lavora in gruppo vengono erogate al 15% della popolazione ultrasessantacinquenne; al contrario, se la medicina di gruppo riguarda il 10% o meno dei medici la percentuale scende al 4%.

Meglio se il medico non sta da solo
Una vecchia storia, che risale addirittura agli anni novanta e ha avuto inizio in Gran Bretagna, quando lo schema dei singolo medico assistito al più da un'infermiera è stato sostituito, a suon di incentivi, però, dallo studio associato che ha in carico da 5000 pazienti in su. Obiettivamente, oggi il carico del medico di medicina generale è gravoso forse più per gli adempimenti burocratici che per il suo reale lavoro di medico, e certe disgrazie si affrontano meglio in compagnia (anche perché magari c'è modo di assumere una segretaria professionale e non si utilizza la moglie o la mamma). Come ha spiegato Longo, purtroppo le differenze territoriali sono ancora molto forti e ci sono regioni dove la medicina di gruppo è molto sviluppata in particolare Emilia Romagna, Toscana e Veneto, e altre "soprattutto al Sud dove la medicina di gruppo è ancora poco rappresentativa".
Questo dato di efficacia della medicina di gruppo era però abbastanza prevedibile. Ha invece sorpreso la stessa FIASO il fatto che non ci fosse un analogo rapporto tra il ricorso alla Guardia medica e i ricoveri ospedalieri. Lo studio non avanza spiegazioni, ma non si può escludere che dipenda dal fatto che questo servizio è da sempre la Cenerentola del SSN. Medici sottopagati, che spesso vedono il paziente per la prima volta che diventa altrettanto spesso la sola, quindi senza possibilità di un feedback. Inoltre sono di norma alle prime armi e dovrebbero ciononostante fare un po' il medico di medicina generale e un po' l'emergentista e non hanno alcun rapporto organico con i medici curanti e gli ospedali.
Il sottosegretario Ferruccio Fazio ha dichiarato che oggi si ricorre all'ospedale anche quando non è necessario. "Dobbiamo invece" ha detto "fare in modo che il cittadino possa trovare risposte sul territorio, essere "accompagnato" all'ospedale, per poi tornare sul territorio. Il tutto in un percorso definito che attualmente manca. Dobbiamo lavorare con gli operatori per arrivare, già entro la fine dell'anno, a indicazioni più chiare". Una visione simile a quella della "Casa della Salute" proposta dal precedente ministro Livia Turco. Occorre una riforma, o una riorganizzazione, ma le riforme non sono mai a costo zero e, a quanto pare, soldi non ne avanzano. Si vedrà.

Maurizio Imperiali



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