Morire sul campo

07 settembre 2007

Morire sul campo



L'ultimo in ordine di tempo è stato quello di Antonio Puerta, giovane e talentuoso giocatore spagnolo del Siviglia, morto sul campo durante un match di campionato. Ma la lista è molto lunga. Soltanto nel calcio, perché le morti improvvise per problemi cardiaci si contano, infatti, anche in altri sport, si risale al 1969 e alla morte mai del tutto spiegata di Giuliano Taccola, centravanti della Roma, scomparso per un malore negli spogliatoi, Ma arrivando ai nostri giorni, nel 2004 la cronaca ha riportato il caso di due calciatori professionisti morti sul campo per cause cardiache. Il fatto è che gli atleti professionisti hanno un rischio significativamente più alto di morte improvvisa rispetto ai non atleti. Un dato ormai documentato, in particolare grazie al lavoro dei ricercatori dell'università di Padova. E il responsabile di questo gruppo di ricerca Domenico Corrado ha presentato nuovi dati al recente Congresso della Società Europea di Cardiologia svoltosi a Vienna. Ma perché è morto Puerta?

Le cause della morte
La spiegazione tecnica l'ha data il professor Furlanello, uno dei massimi esperti in materia, intervistato da Repubblica. La morte è avvenuta per displasia ventricolare destra aritmogenica, la causa più frequente di morte improvvisa tra gli sportivi. Si tratta di un male congenito determinato da geni specifici che provocano la mutazione del ventricolo destro del cuore: la parte muscolare va in atrofia e viene sostituita da un tessuto fibroso e adiposo. Perdendo la sua funzione. Il male evolve di solito lentamente ma si sono verificati casi anche silenti e improvvisi e la morte diventa la prima manifestazione della malattia. Quanto alla diagnosi? Qui entra in gioco Corrado che sottolinea come l'Italia sia il solo paese che obbliga allo screening cardiaco tutti gli atleti professionisti. E già dal 1981. Da allora i casi di morte improvvisa sul campo sono scesi da quattro su 100000 a 0,4 su 100000. Senza il test, atleti già geneticamente predisposti ad avere un battito cardiaco irregolare potrebbero non essere consci della condizione fino a che è troppo tardi. Lo sport è un vettore, spiega Corrado. E proprio il suo gruppo di ricerca ha promosso un esame diagnostico non invasivo, l'elettrocardiogramma a 12 derivazioni. Un test che, secondo uno studio pubblicato su Jama, potrebbe dimezzare le morti improvvise degli atleti.

Il dubbio doping
I dati dello studio hanno fatto concludere come approfonditi controlli preliminari sugli atleti possano ridurre le morti improvvise cardiovascolari nonché l'importanza di uno screening di massa. Secondo le stime riportate da Corrado al congresso, il costo del programma di screening italiano è di circa 82 dollari ad atleta. Ma molti paesi si dicono convinti dell'inutilità della spesa, in virtù dei pochi atleti a rischio, e c'è anche chi mette in discussione la reale efficacia del test. Tra questi Gordon Tomaselli, primario di cardiologia alla Johns Hopkins University che lo considera un test imperfetto, in grado di rilevare solo alcuni degli aspetti responsabili della morte improvvisa. Un fatto è sicuro: i sintomi non vanno mai sottovalutati, perché sono proprio i primi a poter essere fatali. In più, di fronte a questi casi di morte improvvisa un dubbio aleggia sempre, e il presidente dell'Aiac non esita a evidenziarlo: l'uso di sostanze più o meno lecite, magari spacciate come integratori, ma in realtà dopanti. Tra i rischi associati all'uso di sostanze a scopo di doping, infatti, quelli a carico del sistema cardiocircolatorio sono particolarmente gravi. E gran parte delle sostanze assunte dall'atleta ai fini ergogenici e mascheranti può provocare aritmie cardiache anche gravi. Dubbi fondati, perciò.

Marco Malagutti

Fonte
Congresso Europeo di Cardiologia, 1-5 settembre Vienna






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