Se lo sforzo apre alle infezioni

30 novembre 2005

Se lo sforzo apre alle infezioni



Lo sport fa bene! Quante volte è stata pronunciata questa frase? Bene fa bene, ma come sempre quando si tratta di far lavorare l'organismo ad alti regimi, vi sono anche effetti negativi. Non necessariamente hanno conseguenze, a patto che si tenga presente la circostanza. Questo aspetto è stato recentemente ricordato in un incontro dedicato al rapporto tra malattie infettive e sport. Infatti, come ha spiegato il medico dello sport Marcello Ghizzo, responsabile dell'area medica del C.O.N.I. Provinciale di Milano, tra gli effetti dell'intenso lavoro muscolare vi è anche una depressione delle difese immunitarie. I meccanismi sono diversi, a cominciare da una diminuita funzionalità dei granulociti (cellule mobili del sistema immunitario), una diminuita produzione di immunoglobuline A e una modificazione tra i rapporti dei diversi tipi di linfociti. Non c'è soltanto l'aspetto muscolare, peraltro, ma anche quello psicologico: lo stress della competizione, soprattutto se prolungato, determina un aumento della liberazione di alcuni ormoni (adrenalina, per cominciare) che se hanno un ruolo nel preparare l'organismo alla lotta, determinano anch'esse una riduzione delle difese naturali. Sta di fatto che, dopo un impegno agonistico rilevante, si ha un periodo in cui i linfociti circolanti diminuiscono e, dice Ghizzo "si ha un aumento del rischio di infezioni. Questo fenomeno è definito open window (finestra aperta) e la sua durata varia dalle 3 alle 72 ore a seconda del livello immunitario basale e dello sforzo profuso".

Sudore, umidità, ambienti chiusi
Se queste sono le condizioni interne che predispongono alle infezioni, la pratica dello sport ne determina anche di esterne. Per esempio, è un'esperienza che è capitata a moltissimi, la sudorazione, e quindi la macerazione della cute, e il contatto con l'acqua delle docce può favorire le micosi cutanee. Sempre in tema di contatti, gli sport più violenti possono, seppur raramente, far entrare in contatto gli atleti con sangue e altri fluidi corporei potenziali veicoli di infezioni virali (come l'epatite B). Inoltre, l'ambiente caldo e umido degli spogliatoi, l'aria spesso sottoposta a ricircolo, rendono più probabile la trasmissione di alcuni germi per via aerea (il primo a cui correttamente si pensa è il virus influenzale, ma anche lo pneumococco e altri patogeni respiratori).Meglio non fare sport, allora? No, meglio farlo tenendo presenti anche questi aspetti. Secondo Marcello Ghizzo un aspetto importante sono le vaccinazioni. In effetti, chiunque faccia vita di comunità dovrebbe tenere presente questi aspetti ma, visto le particolari caratteristiche dell'attività sportiva, l'agonista o l'amatore assiduo sono tra i soggetti che più ne traggono vantaggio. Di conseguenza sono utili le vaccinazioni rivolte alle malattie respiratorie, come l'antipneumococcica e l'antinfluenzale, ricordando che quest'ultima deve essere ripetuta annualmente. Se si è nati prima del 1991, e dell'introduzione della vaccinazione in età pediatrica contro l'epatite B, l'immunizzazione è raccomandata e, se si prevedono anche trasferte in paesi esotici, sportive o meno, anche contro l'epatite A (quella che si trasmette attraverso bevande e alimenti contaminati). Oggi queste due vaccinazioni possono essere anche abbinate in un'unica somministrazione. Negli sport che espongono potenzialmente a traumi è una buona idea provvedere all'antitetanica (da ripetere ogni 10 anni). C'è altro? Sì, è chiaro: non si fa sport se si ha un'infezione in corso, fosse anche una forma simil-influenzale e anche una volta guariti è bene rispettare una giusta covalescenza prima di riprendere allenamenti pesanti: 15 giorni dopo l'influenza e 2/6 mesi dopo un'epatite cronica.

Sveva Prati

Fonte
Fare sport senza rischi. L'importanza della Prevenzione Sanitaria in ambito sportivo. Milano 25 novembre 2005



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