Sport fatto con la testa

09 aprile 2009

Sport fatto con la testa



La morte a 45 anni di un'attrice di successo come Natasha Richardson, il 18 marzo, ha colpito anche per la modalità: un trauma alla testa per una caduta durante una lezione di sci, senza apparenti conseguenze, ha causato un ematoma intracranico che ore dopo l'ha uccisa. Ma forse a ucciderla sono stati due errori fatali: la mancanza di un casco protettivo e la sottovalutazione dell'evento, che ha fatto perdere tempo prezioso. Sono diverse le situazioni a rischio potenziale di trauma cranico, da medio fino a severo con relative conseguenze (fino alla morte), che richiedono a monte prudenza e protezioni, e a valle riconoscimento di sintomi sospetti e comunque ricorso rapido a soccorsi e controlli. Oltre agli incidenti stradali, o sul lavoro o domestici, c'è il capitolo dei traumi alla testa durante attività ricreative e sportive, che negli Stati Uniti conta secondo i CDC quasi 210.000 casi all'anno (meno dell'1% mortali): e i bambini appaiono più vulnerabili degli adulti. Football e basket sono i primi sport per accessi al Pronto Soccorso per traumi cranici negli Usa, informa un articolo sul New YorkTimes, ma ci sono anche sci e ciclismo amatoriali e altre attività all'aperto. In America sono in aumento nei college i casi relativi all'hockey su ghiaccio, specie femminile. Da noi le cronache hanno riportato più volte casi in particolare a carico di sciatori.

Sintomi di riconoscimento dell'ematoma
Quello che ha ucciso l'attrice è un ematoma epidurale (o extradurale) post-traumatico, una raccolta di sangue tra le ossa craniche e la membrana di rivestimento del cervello denominata dura, causata da rottura di un arteria meningea o sue diramazioni. Uno sviluppo tipico ma che non si verifica quasi mai negli sport con uso del casco, precisa il direttore di un centro per i traumi neurologici da sport intervistato nell'articolo: la protezione previene virtualmente al cento per cento le fratture craniche, che sono quasi sempre la causa di questi ematomi e possono non essere confermate a un primo esame. Sembra che in America l'inverno scorso gli sciatori e snowboarder che indossavano caschi siano saliti al 43%, dal 25% del 2002. A parte la protezione mancante, l'attrice dopo la caduta inizialmente affermava di star bene e sembra che solo dopo ore e lo sviluppo di un mal di testa, per un rapido peggioramento delle sue condizioni sia stata portata in un ospedale che per di più era molto distante. Dopo quella dell'importanza del casco, la seconda lezione di questa tragedia, sottolinea il neurologo, è proprio che non bisogna aspettare che eventuali sintomi peggiorino per farsi controllare: bisogna perciò imparare a riconoscerli. A tale scopo i CDC statunitensi hanno fornito kit informativi agli istruttori sportivi delle scuole superiori, per insegnargli a individuare segnali d'allarme. Ma quali sono? Nel caso dell'emorragia extradurale, una manifestazione tipica è l'alternanza di fasi con perdita di coscienza e altre in cui si è vigili, ma può non presentarsi in tutti i soggetti; i sintomi più importanti sono confusione, vertigine, sonnolenza, forte mal di testa, nausea e/o vomito, anche dilatazione della pupilla di un solo occhio, debolezza di parte del corpo. Sintomi che si sviluppano entro minuti oppure ore, in presenza dei quali è bene rivolgersi senza esitazioni al soccorso medico. In generale, i segni di un trauma alla testa possono manifestarsi anche lentamente, mentre può sembrare che le condizioni siano normali.

Manifestazioni a breve e altre a distanza
Per semplici concussioni possono rimanere disturbi quali mal di testa o perdite di memoria, che poi in genere recuperano. Ma in caso di danni più severi ci possono essere conseguenze persistenti (a volte anche se si tratta) e persino permanenti, arrivando a situazioni molto gravi quali paralisi, idrocefalo, coma. E ci sono conseguenze dei traumi cerebrali, per cause generali, che si possono sviluppare addirittura dopo anni, come le crisi epilettiche: uno studio danese pubblicato sul Lancet ha verificato che se il rischio di sviluppo di epilessia per danno cerebrale post-traumatico aumenta di due volte nei casi medi e di sette in quelli severi ed è circa cinque volte più alto nei primi due-tre anni dopo traumi severi, un eccesso di rischio rimane ancora per dieci anni dopo traumi medi e severi, un periodo più lungo di quanto si pensava (ma va detto che l'epilessia post-trauma cerebrale risulta molto più frequente se c'è familiarità). A parte incidenti stradali o sul lavoro, non bisogna insomma pensare che attività ricreative come lo sport siano esenti da rischi: meglio proteggersi.

Viviana Zanardi

Fonte
Liz Robbins. Head Injures: Looking for Signs and Acting Quickly. New York Times, 26 marzo 2009.




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