Prima meglio lo screening

18 luglio 2008

Prima meglio lo screening



Il fatto è assodato: gli atleti professionisti hanno un rischio significativamente più alto di morte improvvisa rispetto ai non atleti. Per questo motivo è fondamentale pianificare il miglior trattamento preventivo e curativo, ma le strategie in questo senso divergono profondamente. Da una parte c'è la strategia più cauta degli statunitensi, dall'altra parte dall'Europa e in particolare dall'Italia arriva l'impulso a uno screening sempre più sofisticato. Una diatriba annosa che ha trovato l'ennesima conferma in uno studio appena pubblicato dal British Medical Journal. L'equipe italiana ha ribadito come uno screening adeguato possa salvare vite, individuando condizioni cardiache nascoste. L'Italia, del resto, è il solo paese che obbliga allo screening cardiaco tutti gli atleti professionisti. E già dal 1981. E gli effetti si vedono visto che i casi di morte improvvisa sul campo sono scesi da quattro su 100000 a 0,4 su 100000. Lo studio del Bmj rappresenta un ulteriore conferma a questa politica.

Lo studio italiano
Da qualche tempo ormai ci si interroga sull'opportunità clinica di identificare i soggetti ad alto rischio. La Società Europea di Cardiologia e il Comitato Olimpico Internazionale hanno preso nota degli oltre 25 anni di esperienza italiana, per sottolineare la necessità di un esame medico per i giovani atleti che prendano parte a competizioni agonistiche. Una prospettiva, invece, che l'American Heart Association non ha considerato. L'associazione statunitense, infatti, si è sempre apertamente schierata contro uno screening elettrocardiografico diffuso, sostenendo la bassa prevalenza della malattia, la scarsa sensibilità del test, l'alto numero di falsi positivi e la scarsa costo/efficacia. Lo studio ha analizzato i dati provenienti dall'Istituto di Medicina dello Sport di Firenze sulla valutazione cardiovascolare, incluse elettrocardiografia a riposo e sotto sforzo, di un ampio campione di sportivi. Trentamila soggetti, per la precisione, che hanno richiesto l'ok medico all'attività agonistica. L'elettrocardiogramma (EGC) a 12 derivazioni effettuato a riposo ha mostrato anormalità in 1812 partecipanti, il 6% del totale. Quello effettuato in esercizio le ha evidenziate nel 4,9% dei partecipanti. Al termine dello screening 196 (0,6%) partecipanti sono stati considerati non adatti all'attività competitiva. Un totale di 159 atleti è stato squalificato dalle competizioni sportive sulla base dei risultati dell'esame, ma una gran parte di questi aveva avuto risultati negativi dall'EGC a riposo, con, al contrario, chiare alterazioni patologiche durante l'EGC sotto sforzo. Uno screening particolarmente efficace, osservano gli autori, con l'avanzare dell'età. Quanto basta per determinare, secondo il team fiorentino, l'utilità del test, in particolare sotto sforzo. Il costo del programma di screening, oltretutto, si stima attorno ai 30 euro per partecipante, un'inezia se si pensa a quando spendono gli atleti per l'attrezzatura sportiva, anche solo per l'abbigliamento. Il prossimo passo sarà di vedere in successivi studi di ??follow-up, se la squalifica dalle competizioni di questi soggetti ridurrà l'incidenza di eventi cardiovascolari tra gli atleti.

Marco Malagutti

Fonti
Sofi F et al. Cardiovascular evaluation, including resting and exercise electrocardiography, before participation in competitive sports: cross sectional study. BMJ 2008;337:a346



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