Quel gene che insidia la prostata

10 maggio 2006

Quel gene che insidia la prostata



E sempre più chiaro che alla base del cancro c'è un'interazione di fattori genetici e ambientali. L'esistenza di diversi geni predisponenti si va evidenziando per esempio per il tumore della prostata, uno dei più comuni nei paesi occidentali, con notevoli differenze interne di frequenza e di mortalità. Quelli finora identificati come causali avrebbero un effetto scarso rispetto al rischio di sviluppare la malattia e sarebbero presenti a seconda dei tipi soltanto in determinate famiglie o popolazioni ma non in altre. Ora si è individuata invece una variante genica che si può considerare "maggiore", rappresentata in diverse popolazioni e legata a una forma più maligna del tumore: l'obiettivo è la diagnosi precoce, grazie alla messa a punto di un test genetico, così da trattare in modo aggressivo i portatori e aumentare le probabilità di sopravvivenza.

Il gene non c'entra con l'ipertrofia
La scoperta, pubblicata sulla rivista Nature Genetics, è stata fatta da ricercatori della DeCode Genetics, in Islanda, e il gene trovato, individuato dapprima in un abitante di quel paese e poi in altri anche in Svezia e negli Stati Uniti, è risultato associato a un rischio di tumore prostatico aumentato del 60% rispetto agli uomini che non lo posseggono. Questa variante genica, sul cromosoma numero 8, sarebbe presente nel 13% circa degli americani di origine europea; in particolare tra gli afroamericani risulta avere una frequenza raddoppiata, e ciò potrebbe almeno in parte spiegare perché in questo raggruppamento etnico l'incidenza del tumore della prostata è più elevata. Inoltre si è osservato nei portatori islandesi che il nuovo gene non è maggiormente rappresentato in quelli affetti da iperplasia prostatica, cioè l'ingrossamento di natura benigna della ghiandola comune dopo la mezza età, ma si associa invece alla forma maligna, e questo potrebbe contribuire a spiegare perché gli afroamericani presentano anche una mortalità più alta per la malattia. Dopo questa scoperta, che è stata considerata di grande interesse da un esperto di cancro alla prostata come William B. Isaacs della nota Johns Hopkins University, ed è la prima di un gene del tumore presente in diverse popolazioni, si punta a realizzare un test che permetta di individuare i pazienti da trattare con un approccio più aggressivo in quanto a rischio di una patologia più grave, costituiti soprattutto da soggetti sopra i 70 anni. Su questo punto lo stesso Isaacs precisa che gli uomini anziani con il tumore prostatico muoiono spesso a causa di altre patologie e che, quindi, potrebbe essere clinicamente più conveniente non sottoporli a trattamento, ma aggiunge che al tempo stesso si potrebbero in questo modo individuare i soggetti con la forma più maligna,da trattare invece con radioterapia o rimozione chirurgica della ghiandola. Il fatto che negli uomini molto anziani possa non essere opportuno trattare il tumore prostatico a crescita lenta, per via degli scarsi effetti sulla sopravvivenza e con il rovescio della medaglia dei pesanti effetti collaterali, trova conferma tra gli altri da uno studio condotto nel New Mexico, riferito dall'American Journal of Medicine. Dei 465 partecipanti, pazienti di età compresa tra 75 e 84 anni con la malattia di tipo localizzato, che è tipicamente a lenta progressione, una parte è stata trattata aggressivamente con la chirurgia e la radioterapia e la rimanente in modo più blando con l'ormonoterapia: la differenza di sopravvivenza a 5 anni è risultata simile nei due gruppi e la maggior parte delle morti, cioè l'80% non è apparsa legata al tumore; per di più i primi sono incorsi in disturbi urinari e sessuali con frequenza tripla rispetto ai secondi.

Elettra Vecchia

Fonte
New York Times dell'8 maggio
Reuters 2 maggio 2006






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