Ma lo spinello non c'entra

27 ottobre 2006

Ma lo spinello non c'entra



Il ministro della Salute Turco lo ha detto a chiare lettere, il disegno di legge approvato dal Consiglio dei ministri "potenzia le terapie contro il dolore che, tanto per ribadire, non hanno nulla a che vedere con gli spinelli". Il ministro fa riferimento al decreto appena approvato che rende più facile la prescrizione dei farmaci antidolore e prevede, tra le altre cose, l'inserimento di due farmaci a base di cannabinoidi nella tabella degli stupefacenti a uso terapeutico. Bando agli equivoci e alle facili semplificazioni televisive, non siamo destinati a vedere pazienti in ospedale che si "rollano" canne a scopo ricreativo. Si parla di derivati farmacologici che sono già in uso in Canada, Usa, Gran Bretagna, Svizzera, Olanda, Belgio e Germania. In Olanda ha addirittura aperto la prima farmacia interamente dedicata alla vendita di prodotti a base di cannabis per la cura del dolore, mentre in Spagna ha preso avvio il primo programma nazionale per l'uso terapeutico della sostanza. In Italia, si sa, il tabù legato alla parola cannabis è sempre stato molto forte e il discorso cure palliative, come recentemente evidenziato al Congresso della SICP (Società Italiana Cure Palliative), non è mai stato una priorità per i governi. Le novità legislative sembrano rappresentare una svolta in questo senso.

Il disegno di legge
Le novità sono due. Quella più importante anche se meno reclamizzata, perché all'apparenza meno eclatante, riguarda la semplificazione degli adempimenti amministrativi connessi alla tutela della salute. L'obiettivo è quello di rendere più facile la prescrizione dei farmaci antidolore, inclusi gli oppiacei, per l'utilizzo dei quali l'Italia si colloca tra le ultime posizioni in Europa. Ma come? Innanzitutto viene semplificata la prescrizione dei farmaci oppiacei consentendo al medico di utilizzare il ricettario normale anziché quello speciale, eliminando le difficoltà burocratiche che spesso rendono difficili tali prescrizioni. Inoltre viene consentita la prescrizione dei medicinali oppiacei anche al di fuori delle patologie oncologiche e quindi per malattie croniche e invalidanti, nelle quali un'adeguata terapia del dolore è imprescindibile. In più per aggiornare l'elenco dei farmaci oppiacei sarà sufficiente un decreto ministeriale e non le ben più complesse modifiche legislative. E ancora il decreto prevede che si renda più agile la gestione dei registri per il controllo del movimento degli stupefacenti ad uso terapeutico, facilitando così il lavoro di medici e farmacisti. Fin qui tutto regolare. La pietra dello scandalo è invece rappresentata dall'integrazione nella tabella dove sono inseriti gli stupefacenti ad uso terapeutico con due farmaci a base di sostanze cannabinoidi. Ma è vero scandalo?

La pietra dello scandalo
I farmaci sono tre in realtà e si chiamano dronabinolo, nabilone più la miscela sintetica dei due. Il nabilone è un derivato sintetico del tetraidrocannabinolo (THC), che è il capostipite delle svariate sostanze chimiche appartenenti alla famiglia dei cannabinoidi. La sua efficacia è stata dimostrata in vari studi clinici nei casi di nausea e vomito secondari a chemioterapia. E per tale uso è stato registrato, per esempio, in Gran Bretagna. Ma un altro utilizzo già ampiamente sperimentato riguarda il trattamento sintomatico dei disturbi correlati all'AIDS. Dronabinolo, l'altro farmaco approvato THC sintetico, si è dimostrato efficace nella stimolazione dell'appetito dei pazienti malati di AIDS. E con questo uso è stato registrato dall'esigente FDA statunitense. A questi utilizzi si aggiunge naturalmente la terapia del dolore, visto che le proprietà analgesiche dei cannabinoidi sono note da tempo. La prospettiva futura è quella di poter utilizzare questi farmaci nella terapia del dolore per malattie che vanno dalla sclerosi multipla all'artrite reumatoide. A lenire il presunto scandalo poi potrebbe essere l'informazione che i farmaci non si fumano, bensì vengono somministrati per via inalatoria, come un aerosol. Ma sono allo studio anche cerotti che rilasciano principi attivi attraverso la pelle. Le perplessità, scientifiche non ideologiche, peraltro non mancano. Su tutte l'autorevole parere del direttore dell'Istituto Mario Negri di Bergamo Giuseppe Remuzzi che ha dichiarato che non esistono prove scientifiche documentate, ossia mancano studi clinici randomizzati con numeri sufficienti di ammalati. Nel frattempo, però, si può ben capire l'entusiasmo di Furio Zucco, presidente della SICP che ha dichiarato che "Non vi saranno più ostacoli formali e scuse per non prescrivere queste medicine indispensabili per lenire i dolori di 300mila persone ogni anno".

Marco Malagutti


Fonte
Adnkronos



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