Mal comune?

27 ottobre 2006

Mal comune?



Il dolore è un'esperienza personale: ciò che da qualcuno è percepito come insopportabile può essere facilmente tollerabile per qualcun altro.
Dal punto di vista scientifico, i neurologi lo definiscono come il risultato di uno stimolo soggettivo in presenza di qualcosa percepito come dannoso, a prescindere dal fatto che lo sia realmente o solo potenzialmente. La nostra percezione della sofferenza infatti non deriva soltanto da sollecitazioni fisiche, ma è un complesso miscuglio di sensazioni tattili, motivazionali e affettive, unite a un pizzico di memoria.
Tra i tanti problemi che la medicina moderna sta cercando di risolvere, si sta prestando una particolare attenzione al dolore: dai normali antidolorifici agli oppiacei, dalla morfina alle varie modalità di anestesia e sedazione, si stanno compiendo grosso sforzi per ridurre la sensazione di sofferenza sia in situazioni patologiche sia fisiologicamente dolorose.
È chiaro che ognuno di noi sa quando il mal di schiena o il mal di stomaco diventano insopportabili al punto tale da richiedere una compressa, ma quando la terapia deve necessariamente passare attraverso qualcun altro il processo non è così semplice; pensiamo a un medico che deve prescrivere un antidolorifico a un malato terminale, o a un paziente convalescente dopo un intervento chirurgico o a una partoriente. Oltre ad applicare i protocolli standard, valutare il paziente nel suo insieme, e considerare i pro e i contro della terapia farmacologica, entra in gioco un fattore tanto importante quanto poco valutabile oggettivamente: l'empatia, cioè la capacità di percepire e immedesimarsi nel dolore altrui.

L'empatia nel cervello
Ma fino a che punto la mente umana è capace di provare empatia? E quali sono i meccanismi che la regolano? A rispondere ci hanno provato nel corso dei secoli filosofi e religioni, e, più recentemente, anche ricercatori. In uno studio recentemente pubblicato sulla rivista Pain, alcuni neurologi canadesi e statunitensi hanno affrontato il problema dal punto di vista funzionale e si sono occupati di identificare e confrontare tra loro le aree del cervello responsabili della modulazione del dolore proprio con quelle invece deputate alla valutazione e rielaborazione della sofferenza di altri.
Basandosi sugli studi eseguiti fino a ora con diverse metodiche, è stato dimostrato che ci sono due aree della materia grigia che partecipano a entrambi i processi, che si chiamano corteccia cingolata anteriore (ACC) e insula (IC).
La due zone però non sono stimolate allo stesso modo nelle due situazioni e la risonanza magnetica ha evidenziato che uno stimolo doloroso diretto attiva la parte posteriore dell'ACC mentre uno osservato ne attiva la porzione anteriore. La stessa cosa accade nell'insula.
Inoltre il dolore altrui è una percezione maggiormente influenzata dalla componente affettiva ed emozionale del cervello, con un ulteriore coinvolgimento da parte di chi ha già sperimentato la stessa esperienza.È chiaro che rientrano nel processo anche altri fattori di tipo sociale: il contesto in cui la sofferenza è osservata e le modalità con cui viene comunicata non vanno sottovalutati, ma non sono inclusi in questo studio e la questione è qui affrontata esclusivamente dal punto di vista funzionale.
In pratica, gli esperimenti condotti con le più avanzate tecnologie non fanno altro che dimostrare quello che già era intuitivamente supposto e assunto nel pensiero comune, cioè che i due stimoli sensoriali sono sovrapponibili solo in parte. Anche se chi è particolarmente sensibile o ha già sperimentato la stessa sensazione sulla propria pelle si immedesimerà più facilmente, la scienza conferma che non c'è niente da fare: il dolore altrui non viene percepito allo stesso modo del proprio.

Raffaella Bergottini


Fonte
Jackson PL, Rainville P, Decety J. To what extent do we share the pain of others? Insight from the neural bases of pain empathy. Pain. 2006 Nov;125(1-2):5-9



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