Fegato grasso colto al volo

10 maggio 2006
Focus

Fegato grasso colto al volo



Che la si definisca in modo esplicito come in inglese "fegato grasso" oppure steatosi epatica come da noi, in termini medici, si tratta di una degenerazione molto più comune di quanto si pensi a carico di quest'organo che può subire svariate aggressioni, dai virus dell'epatite a sostanze tossiche e farmaci, dall'alcol all'alimentazione scorretta. E ora un algoritmo proposto da ricercatori italiani può renderne meno difficoltosa la diagnosi già a livello di medicina di base.

Una condizione con (possibili) conseguenze gravi
Spesso sono proprio abitudini dietetiche sbagliate, a torto considerate solo in funzione del consumo di alcolici e comunque meno nocive, a causare l'accumulo di grassi nelle cellule del fegato, che non a caso è l'alterazione epatica più diffusa nei paesi occidentali e di frequente associata alla cosiddetta sindrome metabolica, patologia con fattori di rischio comuni legati alla dieta. Infatti il danno epatico è legato a eccessi alimentari soprattutto di cibi grassi e di proteine animali, oltre che ovviamente di alcol, e ad aumento di calorie ingerite e quindi rischio di obesità, altro fattore favorente. Il fegato con steatosi di origine non alcolica lavora sotto sforzo e sul lungo periodo, in una certa percentuale di casi, può andare incontro a due eventualità temibili, lo sviluppo della cirrosi epatica o del carcinoma epatico. E' quindi importante individuare precocemente la degenerazione, ma la diagnosi è complicata dal fatto che in genere essa è asintomatica, inoltre la distinzione tra la forma non progressiva e quella progressiva si effettua con analisi istologiche di tipo invasivo, dato che la tipica alterazione degli enzimi epatici (transaminasi), soprattutto l'ALT, è un elemento controverso in quanto sembra possa essere assente anche nella forma progressiva. Da tutto questo nasce l'esigenza di strumenti di valutazione che possano facilitare il riconoscimento diagnostico della steatosi epatica non alcolica.

La via italiana alla diagnosi
Ed è quanto si sono proposti di realizzare ricercatori dell'Unità di Epidemiologia clinica del Centro studi fegato dell'Università di Trieste, coordinatore Giorgio Bedogni, che è anche professore di statistica medica all'Università di Modena e Reggio Emilia. Il gruppo di ricerca ha analizzato quanto contribuivano al rischio della malattia fattori antropometrici, metabolici e dietetici relativi a 216 pazienti con sospetta patologia del fegato ma non affetti da epatite B o C, in confronto a 280 soggetti considerati come "controlli", confermando poi con l'ecografia la presenza della patologia epatica. I risultati dello studio, che sono stati presentati al 41° congresso dell'Associazione europea per lo studio del fegato, a Vienna, hanno mostrato che l'indice di massa corporea (Bmi) e la circonferenza vita sono fattori predittivi indipendenti di steatosi nella popolazione generale, a differenza del consumo di alcol e dei livelli di ALT. Da questo si è elaborato un Indice di steatosi calcolato in base a cinque parametri: il sesso, l'enzima gamma-GT, il Bmi, la circonferenza vita e i livelli ematici di trigliceridi. Il punteggio può permettere di individuare persone che è opportuno sottoporre a ecografia epatica e a riduzione del peso o al controllo di altri fattori di rischio.

Elettra Vecchia


Fonte
Medscape dell'8 maggio 2006


 



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