AIDS: la vera sfida

29 novembre 2002

AIDS: la vera sfida



Sono molte le dichiarazioni e i servizi giornalistici che hanno riaperto la questione vaccini anti-AIDS, temporaneamente sopita. Ma a che punto è la ricerca? E quanto tempo dovrà trascorrere prima che ci sia l'eventuale possibilità di disporre di un vaccino efficace per l'uomo?

Gli annunci del passato
Del resto non si tratta del primo battage dei media nella travagliata storia del vaccino. Nel 1984, per esempio, quando fu identificato il virus dell'AIDS, Margaret Heckler, segretario alla Sanità del governo americano, promise test clinici per il vaccino sull'uomo entro due anni. Ne sono passati 17, 40 milioni di persone al mondo sono state toccate dal virus (5,3 milioni solo nel 2000), 21,8 milioni sono morte. Perché? Secondo Jon Cohen, autore del saggio sull'argomento "Shots in the dark" la responsabilità della lentezza nello sviluppo di un vaccino per l'AIDS non è soltanto scientifica. Tra gli ostacoli Cohen elenca: la mancanza di interesse delle industrie farmaceutiche a investire in vaccini con tempi lunghissimi di verifica, il disaccordo sulla rilevanza di ricorrere a un modello animale, la diversa opinione su quale vaccino sviluppare, i dilemmi etici legati al confronto nei test clinici fra vaccinati e chi è trattato con placebo e all'opportunità di vaccinare i gruppi a rischio per vedere cosa succede, infine, l'interesse limitato dei paesi industrializzati a finanziare la ricerca. Ecco perché al ritmo attuale di infezione, nel 2007, quando, secondo l'International Aids Vaccine Iniziative, da 8 a 12 vaccini saranno sviluppati e due pronti per il test di efficacia sull'uomo, altri 50-100 milioni di persone avranno contratto il virus,in particolare in quei paesi troppo poveri per accedere ai farmaci. Ma anche nel mondo occidentale il problema non è da sottovalutare sia per la resistenza del virus ai farmaci sia per un allentamento della cultura della protezione che si va diffondendo. 

Il punto della situazione
Dal punto di vista scientifico la difficoltà nella creazione del vaccino risiede nella natura stessa del virus. Se, infatti, per infezioni come il morbillo, la polio o qualsiasi altra infezione per la quale si sia creato un vaccino, le persone dopo essere state infettate producono difese che le immunizzano, per l'AIDS non è così. Il virus cioè distrugge le stesse cellule del sistema immunitario che dovrebbero essere stimolate all'azione dal vaccino. Non solo. L'Hiv si trasforma a grande velocità. Se ne conoscono nove sottotipi e una volta nel corpo comincia a mutare rapidamente rendendo arduo il suo smascheramento dal sistema immunitario. Infine il virus ha molte vie di trasmissione. Dunque sono differenti i sistemi immunitari da stimolare. Due comunque le direzioni verso cui ci si è mossi sino ad ora: prevenire l'infezione e aiutare nel controllo della malattia.

Vaccino preventivo
I vaccini come l'antitetanica, l'antipolio, l'antimorbillo e l'antiepatite, prevengono la malattia senza prevenire l'infezione. Infatti riducono immediatamente la carica virale o batterica che invade l'organismo impedendo che questo possa provocare la malattia. Vi sono evidenze attuali che il vaccino anti-HIV possa essere in grado di ridurre drasticamente il rischio di malattia. L'elaborazione dei vaccini anti-HIV sta procedendo su diverse linee. SI è riusciti ad isolare alcune proteine virali che, trattate con particolari metodiche ed iniettate in tre o quattro momenti successivi, determinerebbero una risposta anticorpale, utile al controllo della malattia. Vista la grande variabilità del virus si è fatto in modo di costruire virus "chimere" formati dalle parti più conservate e strategiche dell'HIV, in modo che la difesa immunitaria, scatenata da tale vaccino, possa riconoscere la maggior parte delle varietà di HIV conosciute.

Vaccino terapeutico
Cioè in grado di aiutare il sistema immunitario dell'organismo infetto a ricostruire una difesa specifica e valida contro il virus. Stimolare il sistema immunitario, ma la questione è ancora discussa, potrebbe essere la strada giusta per trasformare la malattia in patologia cronica, curabile con cicli di terapie e cicli di vaccini alternando il controllo del sistema immunitario a quello dei farmaci e viceversa. Accanto alla sperimentazione dei vaccini, esiste una serie di ricerche che coinvolgono sostanze cosiddette immunostimolanti. Metodiche terapeutiche cioè che hanno come obiettivo lo stimolare o il regolare il sistema immunitario. Un esempio è la sperimentazione attualmente in corso con Interleuchina 2 (IL2).

Le sperimentazioni in corso
La ricerca attuale è mirata ad individuare vaccini efficaci sia per prevenire l'infezione verso persone sieronegative, sia per cercare di cronicizzare l'infezione in persone già sieropositive, secondo gli esperti, infatti, la soluzione vincente per contrastare la malattia non verrà da un solo vaccino ma dalla combinazione di molti. I vaccini vivi, cosiddetti attenuati, sono utilizzati per proteggere da molte patologie infettive. Per l'HIV non esistono modelli sperimentali che permettano di rassicurare sull'assoluta innocuità di un vaccino con HIV vivo. Un'altra alternativa è l'uso di HIV completamente inattivato. Inattivare il virus incontra difficoltà tecniche legate alla perdita di proteine importanti per la stimolazione del sistema immunitario. Ma ecco i principali vaccini in sperimentazione:

Vaccino contenente le sub-unità gp120-gp160
È il primo tipo di vaccino studiato su larga scala, ma non ha mostrato adeguata capacità di creare una risposta immunitaria efficiente.

Vaccini contenenti la proteina Env
La proteina Env è stata studiata come vaccino ed ha effettivamente indotto i linfociti B a produrre anticorpi contro l'HIV, ma nel momento in cui veniva posta a contatto con virus isolato direttamente dal sangue dei pazienti perdeva la sua efficacia.

Vaccini ricombinanti
Per stimolare l'immunità cellulare contro l'HIV si sta studiando un vaccino ricombinante a base di virus del vaiolo dei canarini. Questi virus trasporterebbero geni dell'HIV nelle cellule umane, che subirebbero lo stesso destino dei geni del Dna cellulare. Questi frammenti stimolerebbero la produzione di anticorpi e di linfociti CD8 citotossici specifici contro l'HIV, predisponendoli ad uccidere qualsiasi cellula che possa venire infettata dal virus. 

La via italiana al vaccino
A questa fa riferimento il ministro Sirchia quando parla di buone notizie sul versante dei vaccini. Dopo due anni e mezzo di lavoro un'equipe guidata da Barbara Ensoli dei laboratori dell'Istituto Superiore di Sanità è pervenuta al primo vaccino efficace sulle scimmie. Di cosa si tratta? La strategia è quella di utilizzare come antigene una proteina che regola la replicazione virale invece di una proteina di superficie. Si tratta della proteina Tat, che rimane praticamente identica in tutti i ceppi virali, e garantisce l'efficacia del vaccino su più varianti dell'HIV. La Tat è stata così iniettata nelle scimmie nella sua forma naturale e biologicamente attiva, in modo da stimolare il sistema immunitario degli animali, e renderlo in grado di combattere l'infezione da HIV. Ma i ricercatori italiani hanno studiato anche altre strade: sono in corso sperimentazioni sulle scimmie con un vaccino costituito da quel tratto del Dna virale necessario per sintetizzare la Tat, mentre all'Ospedale Maggiore di Milano viene effettuata la sperimentazione con la forma inattiva della proteina nel dubbio che possa essere pericoloso utilizzare la proteina naturale. Lo conferma Paola Nasta infettivologa e consulente scientifica di LILA "questo è uno dei problemi -sottolinea la dottoressa- non sappiamo che effetti possa avere il virus nella sua forma attivata. Ma non è il solo problema. Finora sono stati identificati tre problemi fondamentali: individuare la parte più antigenica del virus e le differenze nella composizione antigenica rendono vana l'immunità precedentemente acquisita, perché l'anticorpo che riconosce una forma non è in grado di neutralizzarne una leggermente diversa. In secondo luogo è necessario identificare la varietà genetica, infine il modello animale su cui fino ad ora si è lavorato non corrisponde al modello umano in tutto e per tutto. Si usano così delle chimere (mosaici di pezzi di virus diversi) tra il virus della scimmia (Siv) e l'Hiv e si ottengono dati sicuramente di notevole interesse ma non identici a quelli del virus umano". Le ricerche intanto continuano. Ora sono imminenti gli esperimenti sull'uomo del vaccino anti-Tat. Tre le fasi previste: nella prima sarà provato su pochi volontari sani, per valutare il dosaggio ottimale e la sicurezza. Nella fase 2, che allarga il numero delle persone arruolate, si studieranno le risposte immunitarie, il dosaggio e i tempi. Nella terza fase si valuterà infine se il vaccino è davvero efficace nel prevenire l'infezione su una grande popolazione ad alto rischio di infezione. Non va dimenticato però che il completamento degli studi e l'analisi dei dati richiederà un periodo di tempo non inferiore ai 7 anni "anche 10" -puntualizza Paola Nasta- "del resto la validità di un vaccino la si vede dall'andamento epidemiologico, ma con la variabilità antigenica dell'Hiv si possono avere anticorpi neutralizzanti per un ceppo, ma entrando in contatto con un altro tipo di virus non si ha alcuna protezione". Nel frattempo -come sottolinea Bruno Vegro, neo eletto presidente di Lila (Lega Italiana per la Lotta all'AIDS )- "non bisogna perdere di vista assolutamente la prevenzione, nella falsa speranza che un vaccino curativo arrivi a breve a debellare la malattia".

Marco Malagutti


Fonti
"La società dell'AIDS", Vittorio Agnoletto

"Shots in the dark: The Wayward search for an AIDS vaccine", Jon Cohen

Approfondimenti

  • LILA

  • Istituto Superiore di Sanità

  • L'Anlaids



 



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