Non è questione di obbligo

31 marzo 2006

Non è questione di obbligo



Secondo Marcello Giovannini, pediatra milanese e membro della Commissione Ministeriale sui vaccini, l'atteggiamento verso le vaccinazioni, in Italia, è sempre un po' troppo emotivo: " bastano pochi casi di meningite per creare domanda di vaccini e code alle ASL e bastano alcuni giorni senza nuovi casi per far scomparire la richiesta". Atteggiamento emotivo che si è ripresentato alla notizia, di un paio di settimane fa, relativa alla Regione Veneto. Questa Regione, infatti, ha deciso di rimuovere l'obbligo per tutte le vaccinazioni e di affidarsi alla volontarietà. Molti, nel variegato fronte anti-vaccini, hanno salutato la notizia come una sorta di liberazione da una misura vessatoria. Peccato che non abbiano tenuto presente il contesto in cui questa decisione è stata presa: in Veneto, la copertura per tutte le vaccinazioni oscilla tra il 90 e il 95%. In queste condizioni, effettivamente, si può pensare di rimuovere l'obbligo, e alle amministrazioni locali ne è data la facoltà. Ma questo non significa disinteressarsi del tema: alla sospensione dell'obbligo scatta la necessità di monitorare attentamente sul territorio l'eventuale risorgenza dei casi. Peraltro si dimentica spesso che scopo della vaccinazione non è soltanto preservare il singolo dal contrarre l'infezione, ma anche limitare la circolazione del virus o del batterio che, se incontra soltanto ospiti vaccinati, alla fine non trova più "dove andare ad abitare" e semplicemente scompare da un territorio. Il fenomeno si ripete anche su scala più piccola: studi dimostrano che, nelle famiglie in cui i bambini sono vaccinati contro il virus influenzale o contro il pneumococcco, anche i nonni hanno meno episodi febbrili e meno polmoniti. In alcuni casi, poi, la malattia cessa di avere rilevanza, e quindi è proprio possibile eliminare la vaccinazione. Finora questo è accaduto per il vaiolo e difatti bambini con il "bollino" sull'omero non se ne vedono più.

A volte ritornano, anzi spesso
Che accade se la sorveglianza salta, se per qualche ragione si interrompono le campagne vaccinali? Un esempio si è avuto negli anni novanta, quando con il disgregarsi dell'Unione Sovietica entrò in crisi il sistema sanitario, e ritornò con una certa frequenza la difterite, malattia che ai tempi dei romanzi di Cronin era un flagello per l'infanzia, ma che dagli anni sessanta ci si era dimenticati anche che cosa fosse. Del resto, chi si occupa di vaccinazioni ha sempre tenuto presente questo aspetto, cioè di non fare vaccinazioni inutili. Anche nel caso dell'antipolio, oggi che la catena delle infezioni va scemando, si è passati dal vaccino orale di Sabin, composto con virus inattivati, a quello basato su virus morti, il vaccino cosiddetto di Salk, e in questo modo si sono anche eliminati i residui casi di paralisi dovuta al vaccino (peraltro uno su milione). Anche il vaccino contro la pertosse, che comunque gravi problemi non ne aveva mai dati, ora è acellulare quindi praticamente non può scatenare reazioni. Insomma, si è costantemente cercato di migliorare sotto tutti gli aspetti la pratica vaccinale.

Curare dopo? Sì, quando si può
Anche così, però, può darsi che qualcuno pensi che, almeno per certe malattie, non ci sia questa stringente necessità: chi ha una certa età il morbillo l'ha contratto e risolto senza problemi. Però non a tutti e andata così bene e, poi, va tenuto presente che, col migliorare delle condizioni igienico-sanitarie, magari è più difficile contrarre certe malattie da piccoli, quando sono acute e benigne, per poi affrontarle da adulti, quando possono avere conseguenze peggiori. Nel caso delle malattie batteriche, inoltre, va tenuto presente che aumentano i fenomeni di resistenza agli antibiotici e che, contemporaneamente, le nuove molecole antibatteriche sono sempre più rare. Non è detto, insomma, che sia sempre possibile curare con grande facilità anche una polmonite, per non parlare di una meningite. Ci sono infine malattie che, contratte in giovane età, hanno un'elevata tendenza a cronicizzare, come l'epatite virale B, e per le quali cure risolutive non ci sono. Si vuole rinunciare a una vaccinazione in vista di un eventuale trapianto di fegato?

Maurizio Imperiali


Fonte
Miserendino M. Vaccini, libertà vigilata. Corriere medico.16 marzo 2006




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