L'unione fa la forza

13 gennaio 2006

L'unione fa la forza



Le vicende di cronaca degli ultimi giorni, o meglio degli ultimi anni, sono lì a raccontarcelo. La salute degli animali è strettamente connessa a quella degli uomini. Un editoriale del British Medical Journal si occupa di questo sostenendo come sia sempre più necessaria un'integrazione tra l'approccio medico e quello veterinario.

L'opinione del Bmj
Del resto, esordisce l'editoriale l'Organizzazione Mondiale della Sanità definisce la salute pubblica veterinaria come "L'insieme di tutti i contributi finalizzati al completo benessere fisico, mentale e sociale degli uomini attraverso la comprensione e l'applicazione della scienza medica veterinaria". Come a dire, in modo inequivocabile, che ogni veterinario contribuisce alla salute pubblica, garantendo le cure mediche necessarie agli animali, proteggendo il loro benessere, svolgendo ricerca biomedica o assicurando un'adeguata produzione di cibo animale, nonché la sicurezza del cibo stesso. La salute pubblica veterinaria si esplica, in sostanza, riducendo l'esposizione ai danni potenziali da animali e prodotti animali e dal loro ambiente. Gli esempi sono sotto gli occhi di tutti: zoonosi, infezioni e altre malattie trasmissibili, sostanze chimiche e farmaci usati sugli animali, avvelenamenti e ferite da loro indotte. Non si tratta, del resto, di un concetto elaborato di recente. Di salute pubblica veterinaria si parla già nell'antico Egitto, dove i sacerdoti guaritori non vedevano nessuna distinzione tra il curare pazienti umani o animali. Anzi, l'anatomia e le malattie degli animali erano una fonte di conoscenze da applicare poi sugli uomini. Ed è stato così fino al 19° secolo.

Servono tutte le competenze
Poi la divaricazione tra le due specialità, medicina e veterinaria, è andato crescendo più per ragioni politiche e culturali che scientifiche. Ma la veterinaria, pur perdendo d'importanza, è rimasta una disciplina riconosciuta e con una suo ruolo in Europa. Quindi il susseguirsi di nuove o ri-emergenti infezioni ha fatto il resto, visto che il 75% di queste sono potenzialmente zoonotiche. I "professionisti" della salute hanno realizzato che l'emergere di una nuova malattia "killer" in ogni area del mondo fosse una minaccia per tutti. Esempi? L'influenza aviaria per cominciare, ma non si può dimenticare l'encefalopatia spongiforme bovina (mucca pazza per intendersi) o il West Nile virus o il vaiolo delle scimmie, in particolare nell'America del Nord. Queste malattie così come altre minacce, dal bioterrorismo all'inquinamento, dalla resistenza antimicrobica agli xenotrapianti, fino all'importanza socioeconomica della produzione di cibo, hanno reso sempre più urgente un approccio interprofessionale alla salute pubblica veterinaria. Grazie a questa integrazione, infatti, sostiene l'editoriale, si potrebbero aprire nuove prospettive nell'analisi delle cause di malattie insolite o inspiegate. Team di lavoro multidisciplinari sono essenziali: non solo per comprendere le cause di una malattia ma anche, e in questi giorni ce ne sono molti esempi, per segnalare il rischio di epidemie e per stilare le raccomandazioni necessarie a futuri controlli. Allo stesso modo è di grande importanza anche la collaborazione tra organizzazioni istituzionali e governi così come anche la collaborazione a livello locale. Solo attraverso una simile politica di condivisione, conclude l'editoriale, si potranno avere benefici immediati sia per la popolazione umana sia per quella animale. Tra i benefici, per esempio, ci potrebbe essere una ridotta resistenza agli antibiotici attraverso la condivisione di informazioni e l'uso comparato. Il momento storico è giunto perché questa condivisione sia piena e totale. L'obiettivo, scrivono gli editorialisti, tutti veterinari peraltro, è la protezione e la promozione della salute pubblica.

Marco Malagutti

Fonte
Stewart C et al. Veterinary public health. BMJ 2005;331:1213-1214,




 



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