L'anoressia comincia in culla

20 gennaio 2006

L'anoressia comincia in culla



Secondo le più recenti statistiche l’anoressia è il primo killer tra le malattie psichiatriche. Si tratta di una malattia in netta crescita nelle donne fra i 15 e i 50 anni e sta “contagiando” sempre più anche gli uomini. E le cose non vanno molto meglio se si parla di bulimia. La novità, dal punto di vista della ricerca, è che la malattia sembra avere radici nella primissima infanzia. Addirittura ai primi minuti di vita del bebè. E’ quanto emerso da uno studio italiano condotto da Angela Favaro e dai suoi colleghi dell’università di Padova. A Padova, infatti, è attivo un centro regionale, condotto da Paolo Santonastaso, che si occupa di anoressia e bulimia nervosa. Per sapere di più sulla ricerca appena pubblicata sugli Archives of General Psychiatry, ne abbiamo parlato con Angela Favaro, che è ricercatrice presso il dipartimento di neuroscienze dell’università di Padova.

La ricerca italiana
Come è nata la ricerca? “Il gruppo di cui faccio parte” risponde Favaro “si occupa di queste problematiche da anni. Nel caso specifico, lo spunto è stato l’idea che fattori perinatali possano incidere su problematiche psichiatriche. Un’ipotesi già attestata, da ricerche epidemiologiche, per altre patologie come la schizofrenia”. E come si è svolta? “Il nostro team” riprende la ricercatrice “ha analizzato le cartelle cliniche compilate alla nascita di ragazze di Padova, esaminando i dati relativi alla gravidanza, al parto e ai primi giorni di vita. In particolare abbiamo esaminato la storia medica di 114 giovani donne con anoressia nervosa, 73 con bulimia nervosa e un gruppo di controllo, composto da 554 persone, tutte nate all’ospedale di Padova tra il 17 gennaio 1971 e il 30 dicembre 1979”. Che cosa ne è emerso? “E’ possibile stabilire un nesso tra i problemi legati alla gravidanza, per esempio un mancato neurosviluppo, e problemi come l’anoressia nervosa. Ma la relazione vale anche per eventi neonatali come difficoltà cardiache, ipotermia, tremori e iporeattività. Lo stesso dicasi per la bulimia nervosa, con una particolarità, però”. Quale? “ Il basso peso e una lunghezza inferiore alla media alla nascita: dimensioni più piccole rispetto all’età gestazionale, in altre parole, si associano successivamente a un maggior rischio di bulimia nervosa. Ma rispetto alla bulimia il campione esaminato è sicuramente più piccolo e quindi meno rilevante sul piano statistico. In più” continua Favaro “è possibile associare il numero delle complicanze perinatali all’aumentare del rischio e al diminuire dell’età in cui si manifestano i problemi di anoressia nervosa. Le bimbe con più di cinque complicanze, per esempio, hanno visto il manifestarsi del disordine alimentare in media a 16 anni e tre mesi, contro i 17 e 5 mesi delle ragazzine che ne presentavano da una a cinque”.

Quando inizia la malattia
Ma è vero che la malattia inizia mediamente prima? “Non direi”, risponde la ricercatrice. “Secondo la mia impressione, ma non ci sono dati precisi a riguardo, l’età della malattia è più varia. Ma questo sia per le più giovani sia per le più mature”. E casi di anoressia maschile esistono?
“Si, anche se più rari. L’incidenza è di un caso su dieci. Ed è, tra l’altro, la differenza epidemiologica più alta tra uomini e donne che si riscontra a livello clinico. Nello studio, comunque, non abbiamo esaminato nessun maschio. Il campione sarebbe stato troppo piccolo” precisa la Favaro. Per quanto riguarda le analogie con le altre malattie psichiatriche? “Sono state confermate” afferma la responsabile della ricerca. “Le complicanze perinatali, infatti, influiscono su patologie come la depressione o la schizofrenia. Perché si manifesti una malattia piuttosto che un’altra, dipende dagli altri fattori in gioco (genetici, ambientali eccetera) che aumentano la vulnerabilità”. Che approccio terapeutico è consigliato con disturbi di questo tipo? “L’approccio terapeutico deve essere multidisciplinare” conclude la Favaro. “Abbiamo a che fare con una malattia psichiatrica, quindi l’approccio psichiatrico non può mancare. Ma è necessario anche quello medico internistico. E’ fondamentale che più competenze interagiscano. Anche perché spesso subentrano complicazioni e diventa necessario un ricovero. L’approccio psicoterapico più utile, dal mio punto di vista, è quello cognitivo comportamentale. Per la bulimia, invece, l’aspetto strettamente nutrizionale è meno importante”. Una curiosità in conclusione. Avete condotto un recente studio sulle modelle. Risultati? “Lo studio ha riguardato le tre principali agenzie milanesi, dove abbiamo intervistato le ragazze. Non abbiamo riscontrato un maggiore rischio del disturbo, ma moltissimi casi parziali” Cioè? “Il ricorso a metodi estremi per mantenere la linea”. Ed è così che iniziano i problemi seri.

Marco Malagutti





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