Quando serve il ricovero

20 gennaio 2006

Quando serve il ricovero



L’anoressia nervosa può essere curata più efficacemente e a costi inferiori con ricoveri in reparto ospedaliero, quando l’anoressica rischia oggettivamente di perdere la vita o quando le sue condizioni di salute sono gravemente compromesse. A Torino, presso l’Ospedale San Giovanni Battista-Le Molinette è stato aperto recentemente un reparto per la cura di queste pazienti. I medici hanno concepito un intervento sinergico con l’équipe di dietologia e nutrizione clinica, e con quella di endocrinologia e malattie del metabolismo. In considerazione della speciale complessità della cura dei diversi aspetti dei disturbi del comportamento alimentare è necessario, infatti, integrare interventi ambulatoriali, ricoveri urgenti, riabilitazione psichiatrica e nutrizionale in un’unica sede. Ecco, quindi, come si svolge la vita delle pazienti nel nuovo Centro Pilota regionale per la cura e la prevenzione dei Disturbi del Comportamento Alimentare, diretto dal professor Secondo Fassino, che è anche direttore della Struttura complessa universitaria di Psichiatria alle Molinette

Un ricovero lungo ma senza dispersioni
“La degenza in reparto può durare anche 60 giorni o più per ogni paziente, il tempo necessario, viste le difficoltà di instaurare un’alleanza terapeutica fra il medico e la paziente. – spiega Fassino. “Alleanza molto difficile a causa della radicata e patologica paura di aumentare di peso e di mangiare che persiste in tutte le pazienti, donne in netta prevalenza, sofferenti di anoressia. Dal primo giorno di ricovero le pazienti sono indotte – all’interno di uno stile relazionale psicoterapeutico utilizzato da tutta l’equipe curante - ad alimentarsi, o artificialmente con flebo e nutrizione parenterale o normalmente, ma secondo un programma alimentare studiato "ad hoc", che tiene conto dello stato di deperimento di chi arriva a pesare anche meno di 30 chili. Si evita tuttavia di indurre a ingerire troppo cibo subito, come talora succede nella cosiddetta sindrome da rialimentazione”.
Nel secondo mese, si propone alla paziente una terapia psichiatrica vera e propria, una cura farmacologica con antidepressivi e farmaci neurolettici, anti-angoscia, per evitare che si accentui la distorsione della propria immagine corporea, un aspetto fondamentale se si considera che vi sono pazienti di 20 anni che, pur pesando 28 chili di peso si guardano allo specchio e non si trovano dimagrite. “Inoltre si attua una dieto-terapia che si propone di arrestare la diminuzione del peso e far apprendere alla ragazza un corretto modo di alimentarsi” - continua Fassino. La terapia proseguirà in Day Hospital, che sarà aperto prossimamente, a marzo, per gestire il graduale ritorno in famiglia. Il contatto con gli specialisti è possibile dalle 8.30 alle 17.30, poi si ritorna a casa. In seguito, con appuntamenti in ambulatorio si segue un protocollo che prevede la psicoterapia, con programma ben definito.

Il contatto con la famiglia
Per Fassino, in questo quadro patologico è della massima importanza il lavoro in équipe. Si evitano in questo modo i disagi dovuti a ricoveri in strutture diverse, a visite saltuarie in ambulatorio, altri ricoveri e così via per anni. Inoltre, lo stretto coordinamento fra specialisti nella cura dell’anoressia nervosa, come lo psichiatra, gli psicologi, i dietisti, impedisce il caos della comunicazione nelle relazioni all’interno dello staff e verso le pazienti, aiutando il personale a gestire la situazione dal punto di vista emotivo e a fornire le risposte giuste.
Anche la famiglia è coinvolta, in colloqui con i genitori, per indurli ad un minore scoraggiamento e a una minore rabbia nei confronti della figlia. La paura e l’ansia circa la sorte della paziente, nella famiglia di un’anoressica è infatti sempre forte. Il contatto con la famiglia è quindi un tassello importante della cura. “In precedenza nella vita delle anoressiche si vede un paradosso, sono le classiche ex brave bambine, molto ubbidienti, brave a scuola, ordinate e disciplinate, estremamente rispettose dei genitori, che a 15 - 16 anni vivono una crisi di ribellione che si manifesta nell’ansia di controllare tutto e nella paura di un aumento di peso incontrollato, da qui lo sviluppo della patologia” conclude Fassino.

Fausta Orlando

 





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