Il cancro alla prostata

04 maggio 2015

Il cancro alla prostata



Il congresso della European Association of Urology ha offerto l'occasione per fare il punto sul tumore della prostata con due autorevoli esperti italiani.
Come spesso accade con i tumori, ancora non si conoscono le cause che portano alla comparsa di questa patologia, ma gli studi e i progressi degli ultimi decenni hanno ampliato molto le informazioni disponibili.
Il professor Giuseppe Vespasiani ha schematizzato i nuovi punti cardine:

l'incidenza del tumore è in aumento e, di sicuro, il primo fattore di rischio è l'età superiore ai 50 anni; due concetti che in parte si giustificano a vicenda;

i livelli di PSA restano un indice fondamentale per la diagnosi pur essendo stato ridimensionato il concetto di valore di cut off;

non tutti i tumori della prostata sono uguali, quanto a rapidità di crescita e aggressività si possono grossolanamente distinguere 3 tipologie, una sola delle quali davvero grave.

Niente allarmismi quindi, piuttosto l'invito a una presa di coscienza e responsabilità da parte dell'uomo che, similmente a quanto le donne già fanno con certi screening, deve preventivare dei controlli ripetuti, anche e soprattutto in assenza di sintomi.
Il carcinoma della prostata nel 50% dei casi è un tumore solido che evolve molto lentamente, senza dare sintomi, tranne che quando è ormai in fase avanzata. Regolari controlli del PSA, l'antigene prostatico specifico che si trova nel sangue, sono fondamentali per monitorare la salute della prostata. Gli specialisti infatti hanno sostituito il concetto di valore soglia, al di sotto del quale stare tranquilli, con quello di profilo di crescita: ogni uomo in pratica può avere un suo valore di PSA, l'importante è che questo valore si mantenga stabile. In caso contrario, al primo esame ''fuori riga'' scattano le indagini diagnostiche approfondite. Ricordando che la diagnosi precoce consente di decidere, con calma, il percorso terapeutico più adatto.
Cure mediche (farmaci), radioterapia, chirurgia non sono esenti da rischi ed effetti collaterali e, d'altra parte, le indagini epidemiologiche segnalano anche che un 25% di tumori della prostata è destinato a non evolvere mai.
Accade spesso che la prognosi può avere un andamento favorevole per il paziente e così, ha spiegato il professor Massimo Maffezzini, l'urologo può e deve farsi carico della qualità di vita del malato. La sorveglianza attiva, per esempio, è un tipo di approccio che vale la pena considerare, quando le condizioni generali di salute del paziente e lo stadio del tumore lo consentono. Occorre però che il paziente comprenda i vantaggi di questa attesa vigile, che rimanda l'intervento magari di qualche anno: anni che deve vivere serenamente, altrimenti è preferibile iniziare subito un trattamento, come si faceva in passato. E la scelta del primo trattamento si orienta sul percorso meno invasivo possibile, vale a dire l'ormonoterapia con farmaci che arrestano la produzione del testosterone o (meglio) ne bloccano l'azione. Il carcinoma della prostata, infatti, è quasi sempre androgenodipendente; il testosterone ne stimola la crescita, il farmaco la rallenta e intanto si guadagna tempo, e quando il cancro diventerà ''indifferente'' all'ormone ci saranno ancora altre opzioni terapeutiche da impiegare.



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