I rischi della fitoterapia

04 maggio 2015

I rischi della fitoterapia



Che la medicina ignori le piante medicinali è abbastanza una sciocchezza, buona forse per fare polemiche. Da sempre le sostanze farmacologicamente attive di origine vegetale, una volta dimostrata l'efficacia, sono entrate a far parte dell'arsenale terapeutico ufficiale. Gli esempi sono moltissimi. Per esempio l'acido salicilico, capostipite dell'aspirina e quindi di tutti gli antinfiammatori non steroidei, deriva dalla corteccia del salice e proprio in forma di corteccia polverizzata venne usato la prima volta. Uno dei farmaci di prima scelta nel trattamento dell'insufficienza cardiaca congestizia e nelle tachicardie, la digitale, ha origine da una pianta, la digitale appunto e più precisamente la Digitalis purpurea. La digitale, poi, fa parte di una famiglia di sostanze, i glicosidi cardiaci, in cui rientrano anche la digossina e la lanatoside, che però originano da un'altra varietà, la Digitalis lanata. Poi c'è l'oppio, dal quale si ottiene la morfina, che è figlio del papavero. Non è che ci si sia fermati ai primordi della medicina scientifica. E' una scoperta relativamente recente quella di una classe di antitumorali, i tassani, derivati dal Taxus baccata. I più studiati sono paclitaxel e il docetaxel, ma altri se ne stanno aggiungendo. Insomma, quello tra piante e farmaci è tutt'altro che un capitolo chiuso.

Che cosa si compra
Detto dell'insostituibile contributo delle piante medicinali alla medicina è il caso però di porre alcune distinzioni. Quando si parla di fitoterapici si possono distinguere tre casi.
Le singole sostanze che hanno dimostrato un'attività farmacologica potente e ben definita, come i tassani o la digitale, che di norma divengono veri e propri farmaci etici. Queste ''molecole'' vengono estratte e altamente purificate con procedimenti analoghi a quelli impiegati per i farmaci di sintesi e a tutti gli effetti non vi è alcuna differenza.
Gli estratti standardizzati. Qui il discorso si complica. Alcune piante medicinali hanno mostrato una certa efficacia nel trattare certe malattie. Tuttavia non si è potuta isolare una singola sostanza responsabile dell'effetto terapeutico, ma si è soltanto riscontrato che l'insieme di un certo numero di sostanze presenti nella pianta concorre a ottenere l'effetto. E non basta che le sostanze siano presenti tutte, devono anche essere presenti in un certo rapporto quantitativo. Come nelle ricette: mezzo chilo di farina per un litro d'acqua e due cucchiaini di sale... Di conseguenza, l'unica possibilità è cercare di estrarre dalla materia prima tutte queste sostanze mantenendo i rapporti tra l'una e l'altra che si sono rivelati efficaci. Questo è l'estratto standardizzato. Che non è un farmaco, almeno sul piano legale: e difatti sono prevalentemente venduti come integratori alimentari. E' il caso dell'iperico, per esempio, impiegato per la depressione lieve, dell'estratto di Serenoa repens per i disturbi della prostata, del Ginkgo biloba, per il quale si avanzano i più disparati impieghi, dalle malattie cardiovascolari alla demenza di Alzheimer.
Poi ci sono le erbe pure e semplici (e difatti semplici è anche un altro nome per indicare i fitofarmaci tradizionali), quelle che si vedono nei negozi con tante belle indicazioni che vanno da raffreddore a mal di fegato (qualsiasi cosa significhi).

Dove sta la difficoltà
Quando si acquista un farmaco etico di origine vegetale, nemmeno ci si accorge della cosa. E' un farmaco e basta. Quando si acquista un estratto standardizzato si dovrebbe avere la ragionevole sicurezza che si sa quel che si ''mette in bocca''. Tuttavia anche qui sono in agguato sorprese. Trattandosi di integratori alimentari, non esistono regole stringenti su dosaggi, biodisponibilità, farmacocinetica e via di questo passo. Così si possono verificare casi bizzarri come quello degli estratti di iperico in vendita negli Stati Uniti: nel 1998, un rapporto del Consumer Safety Symposium on Dietary Supplements and Herbs aveva dimostrato che la quantità di sostanze attive presenti in questi prodotti, tutti a base di iperico, poteva variare fino a 17 volte. Di conseguenza, se varia a questo modo la quantità di principi attivi è difficile prevedere la risposta del paziente. L'unica soluzione potrebbe essere che il medico, se decide di servirsi di un estratto sulla base di uno studio clinico pubblicato prescriva proprio l'estratto impiegato nella ricerca, altrimenti il rischio di non ottenere nulla diviene piuttosto forte.
E le erbe sfuse? In questo caso non 'è alcuna certezza di quanto si ottiene preparando un infuso. Anche ammettendo che quando si compra, per esempio, un etto di echinacea, si tratti proprio di questa pianta, la quantità di sostanze attive da disposizione è ancora più variabile. Infatti sono molte le circostanze che possono influenzarla. Per esempio, se l'annata è stata calda può aumentare la quantità di certe sostanze, mentre forti piogge possono diminuire la produzione di alcaloidi (sostanze che spesso hanno un'azione farmacologica, come l'ergotamina usata per cefalea ed emicrania). Poi conta anche il luogo di provenienza della pianta. E' noto in letteratura il caso dell'Atropa belladonna: quella coltivata nella penisola di Crimea presenta l'1,3% dell'alcaloide attivo, quella colta vicino a Leningrado soltanto lo 0,3%. Insomma è difficile ipotizzare una terapia razionale con variazioni di questa entità. Inoltre, non tutti i principi attivi possono essere estratti col procedimento della bollitura.

E dove stanno i pericoli
Fermo restando che qualsiasi sostanza attiva farmacologicamente non può avere soltanto effetti positivi, nel caso delle piante ed erbe medicinali in effetti c'è qualche rischio in più. Il primo e più importante viene dal fatto già chiarito che raramente contengono una sola sostanza attiva, e una o più di esse può avere effetti negativi. Per esempio, recentemente un composto antiemicranico a base di Tanacetum parthenium ha mostrato di contenere anche melatonina, una sostanza innocua, è vero, ma la cui presenza non era stata prevista.
C'è poi il vasto capitolo delle contaminazioni, a cominciare da quelle con piante affini ma non uguali. Nel 1998, negli Stati Uniti, sono state sequestrate tonnellate di piante medicinali di importazione che erano contaminate con grandi quantità di Digitalis lanata, col rischio di procurare intossicazioni da digossina negli eventuali consumatori. Un altro caso clamoroso è stato quello della ''nefropatia da erbe cinesi'', che ha avuto origine dalla contaminazione di preparati analgesici a base di fangit (Stephania tetrandra) con un'altra pianta chiamata fangchi (Aristolochia fangchi). Però mentre la prima contiene la tetrandrina, che è in effetti una sostanza analgesica, la seconda è caratterizzata dalla presenza di acido aristolochico, una sostanza che, interagendo con la sintesi delle prostaglandine, può danneggiare i reni, tanto che un centinaio di consumatori di un integratore dimagrante che conteneva fangchi sono andati incontro a fibrosi interstiziale del rene, con conseguente perdita della funzionalità. La cosa più importante da notare è che il fatto si è verificato in Belgio nel 1997-98, quando già nel 1981 in tutta Europa erano stati ritirati dal commercio, dopo prove di nefrotossicità nelle cavie, due farmaci che contenevano acido aristolochico. In pratica quel che la medicina ufficiale aveva fatto uscire dalla porta, era rientrato dalla finestra del circuito ''naturale''.

Naturale non significa innocuo
Fare di ogni erba un fascio non è l'unico incidente che può accadere. Si possono anche verificare contaminazioni da parte di batteri, funghi e insetti che spesso determinano una riduzione dei principi attivi contenuti nella pianta. Poi vi sono anche i casi di contaminazione da inquinanti (come mercurio e altri metalli pesanti) dovuti al terreno nel quale è stata coltivata. Insomma, la naturalità di una sostanza non significa automaticamente la sua innocuità. Tornando all'esempio dell'acido salicilico, i vantaggi della sostanza furono subito evidenti così come il suo principale effetto indesiderato, cioè la lesività per lo stomaco. Solo grazie al lavoro del chimico, l'acido salicilico è diventato l'acido acetilsalicilico (che in natura non esiste): è ancora gastrolesivo, ma in misura enormemente inferiore. Ed è una circostanza da tenere presente.

Maurizio Imperiali

Fonti
Slifman NR, Obermeyer WR, Musser SM, et al. Contamination of botanical dietary supplements with Digitalis lanata. N Eng J Med. 1998;339:806-811.

Violon C. Belgian (Chinese herb) nephropathy: why? J Pharm Belg. 1997;52:7-27. Betz W. Epidemic of renal failure due to herbals. Sci Rev Alt Med. 1998;2:12-13.

Murch SJ, Simmons CB, Saxena PK. Melatonin in feverfew and other medicinal plants. Lancet. 1997; 350:1598-1599. Awang DVC, Dawson BA, Kindack DG. Parthenolide content of feverfew (Tanacetum parthenium) assessed by HPLC and 1H-NMR spectroscopy. J Nat Prod. 1989;54: 1516-1521.

Phytopharmaceuticals: Problems, Limitations, and Solutions [Scientific Review of Alt Med 4(2):33-37, 2000.


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