Mente spaccata a metà?

04 maggio 2015

Mente spaccata a metà?



Schizofrenia significa scissione della mente e, tra le malattie mentali, è la più grave: chi ne è affetto diventa del tutto indifferente a ciò che accade, reagisce in modo assurdo o incoerente agli eventi esterni, perde il contatto con la realtà e si isola in un mondo suo proprio, incomprensibile agli altri. La difficoltà a comprendere questi soggetti, più che la serietà di alcune manifestazioni, provoca ancora oggi condotte di esclusione o allontanamento del malato, così da peggiorarne ulteriormente le condizioni. A causa della sua caratteristica destrutturante della personalità, la schizofrenia compromette tutti gli aspetti della vita del paziente, sconvolgendo profondamente la sua rete relazionale e, quindi, coinvolgendo anche il nucleo familiare. Sulla famiglia pesano le conseguenze affettive ma anche, purtroppo, quelle economiche, perchè spesso l'ammalato non è più in grado di lavorare, nè di badare a se stesso.

I sintomi
Nella classificazione della malattia, e quindi nell'intento di identificarla, i sintomi sono distinti in due gruppi antitetici: positivi e negativi. I primi sono manifestazioni nuove e anomale dovute alla malattia, gli altri derivano, invece, dalla perdita di capacità che erano presenti prima della comparsa della malattia.
Sintomi positivi (produttivi): dissociazione psichica, allucinazioni, deliri e bizzarrie comportamentali, come ostilità o eccitazione immotivate. Dissociazione psichica, o disturbo formale del pensiero, significa distorsione dei pensieri e si manifesta con l'uso di frasi prive di senso, scoordinate nella forma e nel contenuto, così come con il passaggio continuo da un argomento all'altro, senza che vi sia un collegamento logico. Le allucinazioni sono percezioni sensoriali di qualcosa che non esiste nella realtà, in genere sono uditive: il paziente racconta di sentire delle voci, ma possono anche coinvolgere la vista, il gusto, l'olfatto o il tatto. I deliri, invece, sono convinzioni false e poco plausibili, di cui però il malato è assolutamente certo; nella maggior parte dei casi lo schizofrenico è convinto che gli altri ce l'abbiano con lui (delirio persecutorio) o di avere particolari poteri.
Sintomi negativi: apatia, autismo, anedonia, cioè incapacità di provare piacere e gioia, alogia, cioè povertà di linguaggio, povertà ideativa, perdita d'iniziativa, difficoltà a mantenere l'attenzione, appiattimento affettivo. In pratica il malato non reagisce a quelle situazioni che negli altri suscitano emozioni, perde interessi ed energie e tende a ridurre sempre più i suoi rapporti sociali, fino all'isolamento. Sono questi i sintomi più subdoli, difficili da interpretare chiaramente, hanno un'evoluzione lenta e graduale e, almeno all'inizio, possono non sembrare segnali specifici di una patologia.
La schizofrenia compare in età adolescenziale o giovanile: tra i 17 e i 30 anni negli uomini, più tardi (20-40 anni) nelle donne. L'esordio può essere acuto, nel 5-15% dei pazienti, ed è indice di una prognosi più favorevole. In questi casi a crisi episodiche si possono alternare periodi, più o meno lunghi, di remissione spontanea della sintomatologia. Più frequente è l'instaurarsi subdolo della malattia con sintomi sfumati, la psicosi procede gradualmente e insidiosamente, manifestandosi solo con il disturbo formale del pensiero. Questi pazienti possono andare incontro, negli anni, a un grado di maggiore deterioramento cognitivo e intellettivo.

Le cause (eziologia)
L'incidenza di questa patologia è relativamente bassa, 1% in tutto il mondo, e la sua diffusione è trasversale: si riscontra, infatti, in tutte le classi sociali, senza distinzione di sesso, razza, territorio. Questa omogeneità rende difficile ipotizzare un qualsiasi fattore ambientale coinvolto nella patogenesi. Sono molte le teorie sulle possibili origini della schizofrenia, in realtà non si può ancora riconoscere una causa certa, ma si può parlare di fattori di rischio, ossia di condizioni che predispongono un individuo a sviluppare la malattia più degli altri. In ordine d'importanza decrescente, questi fattori sono dovuti a: componenti genetiche, complicazioni del parto, fattori biologici. La componente genetica è sicuramente il fattore più accreditato, è noto, infatti, che i famigliari dei pazienti con schizofrenia hanno un rischio maggiore di ammalarsi rispetto alla popolazione normale. Il rischio per un parente di primo grado è del 10%; per i figli, se ambedue i genitori ne sono affetti, il rischio sale al 40%. Nei gemelli il rischio che entrambi i fratelli sviluppino la malattia è del 10% nei gemelli dizigoti (non identici), del 40-50% in quelli omozigoti (identici). Tuttavia il fattore genetico non costituisce, di per sè, una condanna irrevocabile, altri elementi non genetici sono coinvolti nello sviluppo della malattia. Le complicazioni del parto sono un dato di difficile interpretazione: nella storia delle pazienti schizofreniche si riscontra un maggior numero di complicazioni subite durante la gestazione e al momento del parto. Non è chiaro, però, in quale modo questi traumi possano trasmettere la schizofrenia o se non siano piuttosto dovuti anch'essi ad alterazioni genetiche. Le alterazioni biologiche sono anomalie del funzionamento di alcuni neurotrasmettitori e giustificano l'efficacia dei farmaci, che agiscono proprio riequilibrando questi sistemi. Tuttavia i numerosi studi condotti non sono ancora giunti ad un risultato univoco: il funzionamento dei neurotrasmettitori è alterato in modo diverso e in varie aree cerebrali, nei singoli pazienti e nelle differenti fasi della malattia. L'unica conclusione, che emerge dalle teorie appena discusse, è che le origini della schizofrenia si devono cercare in una modificazione dello sviluppo del sistema nervoso centrale, durante la vita intrauterina.

La prognosi
La diagnosi tempestiva, per quanto resti difficile, a causa dell'evanescenza dei sintomi iniziali, e l'adozione di terapie idonee e spesso integrate tra di loro sono sicuramente fattori che migliorano la prognosi. In mancanza di cure appropriate la malattia evolve quasi sempre verso un deterioramento progressivo con un esito deficitario, simil-demenziale, permanente nel lungo periodo. Un peggioramento continuo non sarebbe insito nella schizofrenia, tuttavia l'impatto sul funzionamento della vita di relazione e lavorativa dell'individuo, è talmente ampio da indurre gravi menomazioni comportamentali, cui si associa una durata permanente di alcuni segni di deterioramento. Per questo motivo i pazienti in cui la malattia insorge più tardi, quando le capacità intellettuali e lavorative si sono un po' consolidate, vanno incontro a un esito migliore. Analogo vantaggio si riscontra nei soggetti in cui prevalgono i sintomi positivi che, essendo più facilmente diagnosticabili al loro primo insorgere, portano spesso ad un tempestivo approccio terapeutico. In ogni caso da quando le condizioni di cura e assistenza sono cambiate il decorso della schizofrenia ha subito un notevole miglioramento. Oggi si può ragionevolmente affermare che la malattia si può curare, ottenendo il controllo dei sintomi, la riduzione delle ricadute e talvolta la guarigione, intesa come stabilità clinica e reinserimento nella società.

Elisa Lucchesini

Fonti
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