Depressione: il ruolo della menopausa

27 settembre 2010

Depressione: il ruolo della menopausa



La parola ''menopausa'' deriva dalla parola greca pauein, che significa terminare, proprio ad indicare la fine della funzione riproduttiva e, in alcuni casi, purtroppo anche la fine del buonumore. Con l'ultima mestruazione (che, per definizione, segna il principio della menopausa) la donna, infatti, avverte numerosi cambiamenti fisici e psicologici che possono minacciare la sua stabilità emotiva aumentando il rischio di depressione.
Tra le alterazioni fisiche, quella di maggior incidenza sull'umore è sicuramente il calo del livello di estrogeni (gli ormoni femminili necessari per la maturazione dell'uovo), dando luogo al ''climaterio'', cioè la modificazione del ''clima'' ormonale e, quindi, ad una serie di sintomi fisici e psichici variabili da donna a donna secondo l'età, le modalità di insorgenza, la vita sociale, ... In particolare, è stato dimostrato che il deficit estrogenico è in grado di ridurre i livelli di triptofano: il precursore della serotonina, neuro-trasmettitore che interferisce positivamente sul tono dell'umore. Inoltre, il calo di estrogeni provoca la riduzione di altri neurotrasmettitori ad azione centrale, come i peptidi oppioidi, anch'essi responsabili di un calo di umore. Tutto questo può dare origine alla sintomatologia psichica della donna in post-menopausa, provocando ansia, facile irritabilità, timore di affrontare il futuro, senso di stanchezza, insonnia e, infine, depressione. Oltre alle cause ormonali, però, esistono anche dei fattori sociali che, con l'avanzare dell'età, possono indurre al ''malumore'': i figli diventano grandi e indipendenti, escono di casa, si sposano, nascono i primi nipotini, i genitori ormai vecchi muoiono, ... L'interazione di entrambi i mutamenti (fisici e psicologici) rendono, quindi, la menopausa e il post-menopausa un periodo della vita difficile da affrontare.

L'aiuto farmacologico
Per contrastare il climaterio può essere utile, in alcuni casi, affidarsi alla terapia sostitutiva a base di estrogeni, cioè la compensazione del deficit estrogenico per mezzo di farmaci specifici. Al riguardo, però, esistono pareri discordanti sulla sua reale efficacia; un sunto è stato fatto durante il Congresso Internazionale alla fine del 1999 organizzato dal professor
Umberto Veronesi, che ha riunito i maggiori esperti nel campo, presso l'Istituto Europeo di Oncologia di Milano. Dalle dichiarazioni dei relatori (pubblicati sulla rivista The Lancet, Vol 354; July 10, 1999) è rimasta indiscussa l'efficacia della terapia ormonale sostitutiva nel ridurre i sintomi tipici della menopausa, ma è stata ribadita la necessità di un attento controllo della paziente prima di dar via al trattamento. Prima di un'eventuale prescrizione
di estrogeni, infatti, è importante analizzare: lo stato di salute generale del soggetto; la condizione di alcuni organi bersaglio degli estrogeni (come i tessuti genitali), la possibile
presenza di controindicazioni, come tromboflebite recente o in atto (infiammazione di un vaso venoso complicata da coagulo), gravi malattie epatiche, tumori sensibili agli estrogeni e otosclerosi (malattia dell'orecchio che porta ad un calo progressivo della capacità uditiva); infine, è importante verificare la consapevolezza della donna nel voler affrontare una terapia a lungo termine, ricca di benefici, ma non priva di rischi. E' noto, infatti, il possibile aumento del rischio di tumore al seno e all'utero, a patto, però, che il trattamento si protragga per più di 5 anni.

L'aiuto psicologico
Come in tutti i casi di ''umore nero'', anche nel caso della depressione post-menopausa può essere utile affidarsi ad uno psicologo o a uno psichiatra, in grado di aiutare la donna nella ricerca della propria dimensione attuale, ponendo le basi per il ritrovamento del benessere interiore. La psicoterapia, però, non va intesa come un rimedio al problema ''menopausa'', che certo di malattia non si tratta, bensì come un aiuto nell'affrontare una fase della vita, oggi non più breve come un tempo. Verso la fine dello scorso secolo, infatti, l'aspettativa media di vita nei paesi industrializzati superava appena i 50 anni; alla fine di questo secolo, invece, l'aspettativa di vita si presta a raggiungere mediamente gli 80 anni. E' evidente, quindi, che, a differenza del 1900 in cui la scomparsa delle mestruazioni segnava l'avvicinarsi della fine della vita, oggi la menopausa coincide con l'inizio di un periodo che ricopre all'incirca un terzo dell'intero arco vitale. Periodo, questo, che non deve assolutamente fondarsi sul rammarico di una perdita, bensì sul piacere di vivere un'evoluzione che fa parte della vita di ogni donna!
Un antropologo americano, Marshall Flint, ha evidenziato che in India (precisamente a Rajput), dove la menopausa accresce lo status sociale delle donne, questa ''fase'' della vita è vissuta con molti meno disturbi. Lo stesso accade in Israele, dove le donne arabe, una volta raggiunta la menopausa, possono vivere più liberamente e hanno maggiori diritti nella società. Ciò dimostra che ad aggravare la sintomatologia della donna in post-menopausa non è solo il cambiamento dei livelli ormonali, ma soprattutto la cultura della nostra società che rischia di analizzare l'invecchiamento da un punto di vista troppo ''tecnico e medico'', tanto da trasformarlo in una malattia o un ''problema'' da contrastare e combattere con ogni mezzo (farmaci, chirurgia plastica, lifting, ...).


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