Alzheimer, quando invecchiare diventa un rischio

04 maggio 2015

Alzheimer, quando invecchiare diventa un rischio



Una malattia degenerativa del sistema nervoso centrale che si manifesta con disturbi della memoria, deficit del pensiero astratto e della capacità di giudizio, modificazioni della personalità e del comportamento. Progressivo decadimento cognitivo (demenza) che comporta prima una difficoltà, poi una impossibilità a svolgere le comuni attività quotidiane e una grave riduzione dellautonomia personale. Esordisce così il Prof. Quinzio Granata, geriatra e Direttore Sanitario del San Raffaele Nomentana, relativamente alla malattia di Alzheimer.

Circa 18 milioni di individui nel mondo ne sarebbero affetti - continua il Prof. Granata -, in Italia si stimano circa 800.000 ammalati, di cui 65.000 in Lombardia e 70.000 nel Lazio. Interessa indifferentemente donne o uomini, può colpire senza distinzione di nazionalità, di razza, di gruppo etnico e di livello sociale.

La malattia di Alzheimer è la più comune delle demenze dell'anziano.

Di seguito alcuni dati statistici:

60-70% di tutti i casi di demenza nella terza età;

1% nelle persone prima dei 65 anni;

11% circa nei soggetti di età compresa fra i 65 e gli 80 anni;

35% nei soggetti di età compresa tra gli 80 e i 90 anni;

33% tra i 90 e i 94 anni.

Ma quali le cause dell'insorgere di detta patologia?

Le ricerche attuali sono rivolte allo studio di differenti ipotesi, come linvecchiamento accelerato, la predisposizione genetica, i fattori tossici ambientali o anche interni allorganismo. E chiaro che i fattori ambientali, il basso livello socio economico, la solitudine, la malnutrizione, un trauma cranico, le piccole dimensioni del capo possono interagire con cause genetiche predisponesti. In un maggior numero di casi, comunque, si riscontra una certa predisposizione genetica, testimonianza della presenza di qualche altro familiare, anche lontano, colpito dalla malattia. Tra i fattori genetici che aumentano il rischio di malattia vi è lapolipoproteina E nella sua forma E 4.

La malattia di Alzheimer ha un decorso progressivo - spiega Granata -, talvolta i primi segni sono sottovalutati e attribuiti semplicemente allinvecchiamento. Ma nella maggior parte dei casi i sintomi iniziali sono rappresentati da deficit della memoria dovuta a carenza di acetilcolina cerebrale, e da disturbi del linguaggio; si ha inoltre una riduzione delliniziativa, labbandono degli hobby, modificazione del carattere e del comportamento. Successivamente il quadro clinico diventa più evidente con disturbi sempre più gravi legati alla memoria, disorientamento temporale e spaziale, deficit dellattenzione e della concentrazione. Talvolta anche in stato precoce possono comparire allucinazioni e agitazione psicomotoria. I pazienti con il passare del tempo diventano sempre meno autosufficienti e devono essere continuamente assistiti. La malattia in realtà non colpisce solo il paziente ma tutta la famiglia sulla quale grava un enorme carico assistenziale ed emotivo.

Oggi le nostre energie, come già più volte ribadito, sono rivolte alla prevenzione di questa patologia prosegue il Prof. Granata.

Ricerche recenti sono concordi nel riconoscere ai radicali liberi dellossigeno che si accumulano in tutti gli organi e anche nel cervello, la possibile relazione tra Malattia di Alzheimer e stress ossidativo. I radicali liberi, veri e propri veleni biologici per lorganismo, possono di fatto determinare seri danni a carico delle proteine, dei lipidi e del DNA. Per tale ragione il nostro cervello, come tutto il corpo, ha bisogno di grandi quantità di antiossidanti naturali da rinnovare quotidianamente, è indispensabile pertanto un consumo giornaliero di 6-8 porzioni di frutta e verdura matura cruda provenienti da coltivazione assolutamente biologica. Questo perchè frutta e verdura biologiche contengono in altissima quantità vitamine, sostanze antiossidanti naturali e quote elevatissime di fitonutrienti essenziali.

Ma come intervenire quando la malattia è già in corso o addirittura in fase avanzata?

Non esistendo oggi terapie che arrestano la malattia, si ricorre ad alcuni farmaci: il donepezil, la rivastigmina, la galantamina e la recente memantina, in grado di rallentare per qualche tempo la progressione dei sintomi. Tali sostanze agiscono - continua Granata - come inibitori dellacetilcolinesterasi, un enzima che distrugge lacetilcolina, che è il neuro trasmettitore carente nel cervello di questi pazienti. Sempre maggiori evidenze di grado elevato di psicogeriatria e neuropsicologia cognitiva vanno altresì confermando la necessità di procedure riabilitative, non farmacologiche, basate sulla stimolazione psico-sensoriale e comportamentale come la Terapia di Orientamento alla Realtà (ROT), la terapia della reminiscenza, la musicoterapica, la terapia occupazionale, che hanno lo scopo di rallentare levoluzione del deficit cognitivo, di migliorare lautonomia e pertanto di ridurre il peso sociale di questi malati.

Ciò in riferimento soprattutto al fatto che la fase avanzata della malattia comporta tra le altre cose: grave perdita delle funzioni cognitive, perdita del linguaggio, disturbi del comportamento tra i quali delirio, allucinazioni, aggressività, segni neurologici come crisi epilettiche, perdita della capacità della cura personale con necessità di assistenza anche per attività elementari, incontinenza sfinterica.

Pertanto, - conclude così il Prof. Quinzio Granata - dal momento che il soggetto affetto da questo tipo di patologia non è un ''oggetto'', ma una ''persona'' e che la disabilità non è la caratteristica di un individuo, ma piuttosto una complessa interazione di condizioni, molte delle quali sono create dallambiente sociale, il nostro obiettivo centrale è quello basato sulla reintegrazione della persona, per quanto possibile, allinterno della società.


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