Depressione all'orientale

04 maggio 2015

Depressione all'orientale



Parlando di salute dei cittadini straniero si pensa ovviamente per prima cosa a malattie organiche, in particolare quelle infettive. In realtà la questione non si limita a questo. Questa indicazione viene dal paese che per primo ha sperimentato forti immigrazioni e, anzi, della multietnicità fa la sua forza: gli Stati Uniti. Non è quindi sorprendente che il 158° congresso della American Psychiatric Association dello scorso maggio sia stato dedicato proprio all'approccio ai pazienti di etnie diverse da quella anglosassone. A cominciare dagli asiatici, che rappresentano oggi il 4% della popolazione statunitense e sono la minoranza in più rapida crescita.

Mente e corpo una cosa sola
I cittadini asiatici rappresentano per lo psichiatra una sfida non indifferente soprattutto per ragioni culturali. In tutto l'Oriente, per cominciare, non si fa distinzione tra mente e corpo e quindi l'idea di curare un disturbo solo mentale non è certo diffusa. Di qui la difficoltà con cui questa popolazione ricorre spontaneamente allo specialista psichiatra o psicologo che sia. Ma esiste una differenza anche più profonda: nella popolazione asiatica le somatizzzazioni sono ben più diffuse che tra i bianchi. La somatizzazione è qui intesa come un disagio psicologico e di relazione che non viene espresso in parole ma si manifesta attraverso sintomi fisici che è impossibile ricondurre a una malattia organica. Per esempio, in campo cardiologico, avvertire dolori toracici e provare affanno, in campo gastrointestinale presentare nausea e vomito o dispespia (indigestione), in campo neurologico lamentare mal di testa e capogiri. Non a caso, si è detto al congresso, pur essendo la depressione diffusa in modo simile tra le due etnie, tra i bianchi le somatizzazioni toccano un 9% dei pazienti, tra gli orientali il 29%. Un altro aspetto culturale importante è lo stigma. Nella cultura orientale la malattia viene speso vissuta come debolezza, o incapacità di mantenere il controllo, ancora una volta perchè si ritiene che mente e corpo siano inscindibili.Sempre per la stessa ragione, è molto probabile che il cittadino asiatico che avverte un disturbo mentale si sia già rivolto a un medico tradizionale e che, quindi, sia in trattamento con rimedi erboristici o di altra natura. E' un aspetto che si raccomanda sempre al medico di indagare e questo, va detto, vale per tutte le specialità, non soltanto per la psichiatria. Infine vi è un aspetto organico che può fare la differenza e riguarda la metabolizzazione di molti farmaci, compresi gli psicofarmaci. Infatti sono spesso presenti in questa etnia mutazioni di alcuni degli enzimi epatici prodotti dal citocromo P450, col che la metabolizzazione può risultare rallentata, con la necessità di ricorrere dunque a dosaggi più bassi, visto che il farmaco resta più a lungo nell'organismo.

Donne latine svantaggiate
Difficoltà analoghe sorgono con i cittadini di origine latino-americana, soprattutto per quanto riguarda il ricorso alle medicine tradizionali. Poi, però, gli atteggiamenti si diversificano. Per esempio le aspettative dei pazienti latino-americani nei confronti del medico sono differenti: cercano un rapporto più personalizzato, intimo se si vuole, di quanto non siano abituati ad avere gli anglosassoni. E in questo senso, in Italia, come nel resto del Sud Europa ci sarebbero assai meno problemi. Un altro aspetto sottolineato è la prevalenza del machismo (gli uomini sono forti, non si ammalano eccetera) e quello del marianismo, cioè la tendenza della donna a negare la propria individualità a vantaggio dei figli e della famiglia. Quindi nel caso degli uomini questo conduce spesso ha una negazione della malattia, mentre nella donna questo tratto culturale può favorire la comparsa di depressione. Alcuni ricercatori hanno notato anche un'esasperazione dei sintomi di alcuni disturbi come gli attacchi di panico, o l'ansia generalizzata. Per esempio reazioni più violente. Anche nel caso dei latino-americani si possono presentare mutazioni che alterano la metabolizzazione degli psicofarmaci, anche in un quadro più variato rispetto a quello degli orientali.Insomma, il medico già oggi, e in futuro ancor di più, dovrà tenere presente che la persona che ha di fronte potrebbe presentare necessità, e caratteristiche, che differiscono anche sensibilmente da quelle della maggioranza dei suoi pazienti. In questi casi, prima ancora che la verifica dei dati farmacologici, serve la capacità di comprendere le richieste, e di discutere le soluzioni. Che poi, alla fine, è quello che serve con qualsiasi paziente.

Maurizio Imperiali

Fonte

Lim RF, Lu F.Clinical Aspects of Culture in the Practice of Psychiatry: Assessment and Treatment of Culturally Diverse Patients. Medscape Psychiatry e Mental Health 30/6/2005



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