L'integrazione s'ha da fare

04 maggio 2015

L'integrazione s'ha da fare



''Ogni straniero che vive nel nostro paese ha il diritto di godere delle migliori condizioni di salute fisica e mentale che sia in grado di conseguire'', così recita il Patto internazionale sui diritti economici, sociali e culturali del 1966, ad affermare, se ce ne fosse bisogno, che ogni essere umano possiede diritti innati e tra questi quello alla salute. Ma è sempre vero? A giudicare dalle opinioni dei medici e dai dati disponibili non bastano le leggi a garantire una buona accoglienza sanitaria agli stranieri in Italia. ''Il problema di fondo della medicina occidentale - come ha dichiarato Salvatore Geraci, presidente della Società Italiana di medicina delle migrazioni - è che nonostante i grandi progressi nelle diagnosi e nelle terapie, non avanza altrettanto nell'accoglienza''. E' veramente così? Ne abbiamo parlato con Giampietro Carosi, direttore della Clinica di Malattie Infettive e Tropicali Università degli Studi di Brescia.

Brescia pioniera
''La nostra struttura bresciana'', risponde Carosi, ''è stata in qualche modo pioniera. Siamo stati i primi, infatti, ad aprire un ambulatorio pubblico che offriva assistenza anche agli irregolari. Abbiamo creato una sigla SPT, che significa Straniero Temporaneamente Presente, che non è altro che l'immigrato irregolare. A queste persone, da sempre, diamo assistenza gratuita, si fanno ricette, si affrontano anche situazioni come le infezioni da HIV, e in qualche caso una terapia onerosa come quella antiretrovirale è stata offerta gratuitamente''. Sono molti, del resto, gli aspetti cui il medico deve fare attenzione: innanzitutto l'emigrante lascia una cultura sanitaria senza averla abbandonata realmente e ne acquista un'altra senza averla ancora compresa; inoltre le migrazioni sono fonte di stress e di pericoli per la salute perchè comportano una nuova organizzazione di vita con un conseguente totale sradicamento dall'ambiente d'origine. Di fronte a queste situazioni il medico deve fare lo sforzo di superare il proprio spazio linguistico e culturale per poter acquisire un modello mentale che gli consenta di comunicare con pazienti di altre culture. E' così? ''Assolutamente'', risponde Carosi. ''Nel nostro caso esistono due livelli. Da una parte la ASL si occupa dell'accoglienza vera e propria. Presso l'azienda sanitaria esiste un centro di salute internazionale e uno di medicina transculturale e gli operatori sanitari sono preparati ad affrontare extracomunitari sia a livello linguistico sia culturale. Il secondo livello è rappresentato dal nostro centro dove si fa diagnosi e terapia in modo tradizionale''. E quali sono le malattie dell'immigrato?

Le malattie dell'immigrato
''Per cominciare'', precisa l'infettivologo bresciano, ''non è corretto parlare di malattie dell'immigrato. Nel senso che non esiste una casistica così specifica. Oltretutto è complessa anche la catalogazione dei dati. Quelli di cui disponiamo, comunque, dicono che le patologie cui si va incontro più di frequente sono quelle legate a traumi. Un fatto legato al tipo di lavoro a rischio che svolgono, spesso, gli immigrati. Poi ci sono le malattie ostetrico-ginecologiche, in particolare legate al parto. Quindi le malattie gastroenteriche sia per l'alimentazione sia per lo stress. A queste si aggiungono quelle che si potrebbero identificare come le malattie da povertà propriamente dette: tubercolosi, infezioni virali o veneree, che gli immigrati contraggono qui anche per le cattive condizioni igieniche in cui spesso sono costretti a vivere''. Un luogo comune, però, va sfatato. Le condizioni di cattiva salute della popolazione immigrata non mettono a rischio la salute degli italiani, come spesso in maniera assolutamente irrazionale l'opinione pubblica teme. Sono, infatti, statisticamente irrilevanti le malattie tropicali d'importazione. ''E' vero, è un luogo comune'' conferma Carosi. ''Le faccio un esempio la tubercolosi non si trasmette così facilmente, a meno che non ci sia un contratto ravvicinato e prolungato. Tra l'altro la forma contagiosa più comune, quella cavitaria è poco diffusa tra gli extracomunitari''. E le varianti del virus dell'HIV? ''Questo'', riprende Carosi, ''è un problema più rilevante. Da noi prevale il ceppo B, altri sono quelli africani, ma le stime sono difficili da fare e in effetti la natura del ceppo virale non è così determinante nè per la virulenza nè per la terapia''. La malaria è un problema? ''Si, ma più per l'immigrato'' precisa l'infettivologo. ''Gli africani, infatti, hanno una cosiddetta semimmunità che perdono alle nostre latitudini. Succede così che ritornati in patria dopo un paio d'anni rischiano di esporsi alla malattia. Ecco perchè è la malattia che affrontiamo più di frequente con una media di un centinaio di casi all'anno, ma le cose vanno migliorando grazie alla capillare campagna per la profilassi che stiamo promuovendo''. Una nota in chiusura. Secondo i dati della ''Struttura complessa di medicina delle migrazioni'' del San Gallicano di Roma il patrimonio di salute sul quale un immigrato può contare si va drasticamente assottigliando. E non potrebbe essere altrimenti tenuto conto dell'emarginazione pesante cui queste persone, spesso, vanno incontro in aggiunta alle sempre più disumane e logoranti condizioni di viaggio. Se così fino alla metà degli anni novanta la prima richiesta di intervento sanitario avveniva a 12-13 mesi dall'arrivo in Italia, oggi l'intervallo di benessere si è ridotto a 30-40 giorni. Numeri che sottolineano come la sfida di oggi sia quella di una completa integrazione sociale di questi cittadini che passa anche attraverso una reale fruibilità dei servizi e delle prestazioni. E l'esempio di Brescia è in questo senso emblematico.

Marco Malagutti



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