Crescere senza fumo

01 giugno 2007

Crescere senza fumo



Da tempo accanto al fumo attivo è salito sul banco degli imputati anche quello passivo, anzi è già riconosciuto colpevole di danni per la salute, sia pure in misura molto minore dell’altro. Oltre ai rischi per gli adulti, come tumori e altre patologie polmonari e coronaropatie, l’inalazione involontaria è nociva in particolare per bambini e ragazzi, aumentando la probabilità di morte in culla, infezioni respiratorie acute, otiti, peggiorando l’asma e i sintomi respiratori in genere, rallentando persino lo sviluppo polmonare come si è acquisito di recente. L’età evolutiva deve diventare il nuovo obiettivo di protezione, anche perché è quella in cui non ci si può sottrarre al fumo, soprattutto nelle abitazioni, dove bambini e adolescenti trascorrono molto tempo e ovviamente non valgono le restrizioni imposte nei luoghi pubblici; può essere utile poi l’effetto esempio per non prendere l’abitudine in seguito. Sostengono questa necessità nuovi dati di livello internazionale sull’esposizione, appena pubblicati con altre due ricerche su Morbidity and Mortality Weekly Report.

Non ci sono livelli senza rischi
Questo il quadro delineato da un rapporto, appena pubblicato, del Global Youth Tobacco Survey (GYTS), indagine tra gli studenti iniziata nel 1999 dall’OMS con altre organizzazioni sanitarie, che comprende domande sul fumo attivo e passivo. La ricerca ha raccolto i dati dal 2000 al 2007, relativi a 747.603 ragazzi dai 13 ai 15 anni frequentanti 10.000 scuole in 137 paesi di tutto il mondo. I quesiti indagavano se avessero mai fumato, se fossero stati esposti a sigarette altrui uno o più giorni alla settimana, se fossero stati tentati di provare davanti a un’offerta e quante volte nell’ultimo anno. Risultato: l’80% ha risposto di non avere mai fumato (dal 55% del continente americano all’87,4% del Sud-Est asiatico), il 47% di essere stato in presenza di fumo passivo in casa (dal 22,6% in Africa al 71,5% in Europa) e il 48% in altri luoghi (38& in Africa e 79,4% in Europa). La propensione a iniziare tra chi non aveva mai fumato era da 1,5 a 2,1 volte maggiore tra chi aveva subito le sigarette altrui in casa e da 1,3 a 1,8 per gli altri luoghi, in confronto ai non esposti. “Non ci sono livelli di esposizione esenti da rischi” hanno sottolineato nell’editoriale esperti della Tobacco Free Initiative di Ginevra. “Pertanto il solo modo efficace per proteggere dal fumo passivo è implementare al 100% gli ambienti smoke-free” è il loro draconiano giudizio.

Tendenza virtuosa negli USA
Che sia o meno raggiungibile un simile traguardo, negli Stati Uniti il proibizionismo anti-fumo ha avuto ripercussioni virtuose riguardo alle “regole” nelle abitazioni private, come dimostra l’analisi dei dati del periodo 1992-2003, dell’indagine nazionale sull’uso nel tabacco. La prevalenza di nuclei familiari che hanno messo le sigarette al bando è significativamente aumentata dal 43,2% del 1992 al 72,2%, con un incremento dal 9,6% al 31,8% in quelli con un solo fumatore e dal 56,8% all’83,5% in quelli senza fumatori. Netto anche in questo caso l’editoriale, che nel sostenere la completa eliminazione indoor afferma che misure di separazione tra tabagisti e non o di ventilazione sono del tutto inefficaci. E sottolinea che, nonostante il miglioramento, ancora milioni di persone sono soggette al fumo passivo e bisogna incrementare gli ambienti pubblici e privati smoke-free. Guardando al di qua dell’Atlantico, viene da dire che almeno sul primo punto l’Italia ha motivo di vantarsi. Infine, sempre negli Stati Uniti, un report sui sistemi utilizzati nei due anni precedenti dai maggiori di 18 anni per la disassuefazione ha indicato che i più frequenti sono stati il supporto di familiari e amici (26%) e i cerotti alla nicotina (15,5%), seguiti da farmaci, gomme alla nicotina, spray nasali e inalatori, oltre a pubblicazioni e video.

Elettra Vecchia


Fonte

MMWR Morb Mortal Wkly Rep. 2007;56(20):497-500, 501-504, 507.



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