Via il fumo, ma non la nicotina

19 ottobre 2007

Via il fumo, ma non la nicotina



Riduzione del rischio è un concetto che non piace molto quando è applicato a comportamenti che cadono nella zona grigia, per così dire, del vizio. Si tratti di stupefacenti, di alcol o, sia pure in misura minore, del fumo. Eppure, a ben vedere, prendere atto che esiste una dipendenza dalla nicotina, una delle sostanze in assoluto più efficaci nel crearla, e che milioni di persone non riescono a uscirne potrebbe essere un buon punto di partenza per procedere a limitare le conseguenze. E' quanto sostiene un editoriale di Lancet, che riassume a sua volta i risultati di diversi contributi. A causare le pedanti conseguenze del fumo, come ormai dovrebbe essere noto, non è la nicotina in sé ma i prodotti della combustione del tabacco: le nitrosamine e gli altri carcinogeni presenti nei residui e il monossido di carbonio e i nitrossidi del fumo. Con un miliardo e 600 milioni di fumatori in tutto il mondo, pensare che possano smettere di colpo è irrealistico: meglio, si legge su Lancet, pensare di spostare l'assunzione di nicotina su forme meno nocive di sigarette, sigari e pipe. E si dice meno nocive perché, un po' per il principio di cautela, un po' per l'assenza di studi a lungo termine controllati, nessuno oggi si azzarda a dire che esistano mezzi totalmente innocui per assumere nicotina.

Rendere più disponibili i sostituti
Quali mezzi? Indubbiamente il più sicuro sono le forme farmaceutiche, dai cerotti alle compresse e alle gomme, e dopo vengono alcune forme tradizionali, come lo snus in voga in Svezia e nei paesi nordici, che è una particolare forma masticabile. A differenza del tabacco masticabile dei cow boys, però, lo snus non provoca tumori della mucosa orale o dell'esofago, anche se studi osservazionali condotti in Svezia sui lavoratori dell'edilizia hanno mostrato un certo aumento dei tumori del pancreas. Però, anche spostare il consumo a forme meno pericolose richiede degli interventi d'autorità, che possono essere il divieto di fumare, sempre più diffuso, così come la leva del prezzo (che funziona sempre) e l'accessibilità, che significherebbe vendere i derivati del tabacco a minore pericolosità anche fuori dal canale della tabaccheria e, magari, evitare di gravarli di imposte come accade per le sigarette. Anche perché, tra l'altro, il fatto che lo Stato incassi dal vizio non è estraneo alle lentezze che hanno caratterizzato l'imposizione del divieto nei luoghi pubblici, almeno in Italia.

Eccitanti ormai accettati
Ovviamente non ci sono soltanto lati positivi: le grandi multinazionali del tabacco, per esempio, hanno cominciato a commercializzare snus che si chiama esattamente come i loro marchi di punta delle sigarette e questo, si osserva, potrebbe rendere più difficile l'emancipazione della sigaretta, per una sorta di effetto alone, come si dice in psicologia. D'altra parte, dicono altri, la presenza del marchio conosciuto potrebbe favorire lo spostamento del consumatore al nuovo prodotto. Semmai il rischio è di permettere alle multinazionali del tabacco di trarre altri ingenti profitti e, quindi, di mantenere comunque in vita il mercato del tabacco. Molto si potrebbe fare anche per rendere più facile il ricorso ai medicinali a base di nicotina, che in Gran Bretagna sono forniti a carico del Servizio sanitario (malgrado la recente cura Thatcher proseguita da Blair). Certo, poi si potrà dire che, insomma, la nicotina è una sostanza edonistica psicoattiva e che, in fin dei conti, non si devono assumere droghe. E' vero, ma lo è anche la caffeina, psicoattiva e stimolante, eppure nessuno fa crociate. A questo proposito, uno dei geni del secolo scorso, lo scrittore, e medico, Louis Ferdinand Celine, scrisse che l'arrivo del caffè aveva salvato la Gran Bretagna del 600 dagli effetti sociali del grande consumo di birre a elevata gradazione alcolica. Non tutti gli eccitanti, insomma, vengono per nuocere.

Maurizio Imperiali

Fonti
Adding harm reduction to tobacco control. The Lancet 2007; 370:1189




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