Abolirlo all'aperto?

13 febbraio 2009

Abolirlo all'aperto?



Nel migliore dei mondi possibili non esiterebbero le sigarette, i cibi contenenti acidi grassi trans, coloranti e conservanti e nemmeno malattie, povertà, guerre e altre catastrofi. Ma da qualche parte bisogna pure iniziare, e la lotta al fumo è una buona partenza, soprattutto, quando le iniziative trovano riscontro e appoggio nella legislazione che in questo caso, con coraggio, ha iniziato a vietare ai fumatori di fumare in luoghi chiusi pubblici (bar, uffici e ospedali). E i risultati ci sono stati, in Italia e in Europa, sia sul fumo attivo sia su quello passivo. Ma una nuova frontiera della lotta al fumo si sta delineando: vietarlo anche all'aperto. Un aspetto sul quale le differenze di opinione sono molto più profonde. Se ne fanno portavoce alcuni esperti sulle pagine del British Medical Journal.

Non dare il cattivo esempio
L'obiettivo principale di una politica atta a vietare il fumo, anche in luoghi aperti, sono i bambini, sostengono coloro che promuovono questa linea politica. Anche se non è semplice conoscere le cause che portano i giovanissimi a fumare, tra queste viene inclusa l'imitazione degli adulti, e gli stessi fumatori riconoscono che la loro scelta influenza il comportamento dei bambini. In questo orientamento vanno alcune norme adottate, per esempio, in California dove non si può fumare entro 7,6 metri da un parco giochi, oppure in cinque province del Canada, n Finlandia in Nuova Zelanda e in due stati degli USA dove si fuma nei cortili delle scuole. I sostenitori di queste politiche si appellano al dovere etico della società di proteggere i bambini minimizzando i rischi, per esempio, di diventare dipendenti dalla nicotina. E il primo passo che propongono è di creare una cultura smoking-free, in una società che non mostri più l'abitudine al fumo come una normalità, ma come un'eccezione. In queste condizioni, infine, troverebbero giovamento anche coloro che stanno cercando di smettere, ci sarebbero meno mozziconi di sigarette sparse per il mondo, che oltre a essere poco biodegradabili a causa del filtro, sono anche causa di incendi.

Autonomia di scelta
Di tutt'altra opinione è invece un docente di salute pubblica che ammette che anche una breve esposizione al fumo passivo possa provocare cambiamenti fisiologici misurabili, ma che per avere un'esposizione acuta, e quindi breve, devono passare almeno 15-30 minuti. Molto meno di quanto possa durare l'esposizione al fumo in un luogo aperto, che inoltre ha un effetto attenuante, a meno che non si stia entro mezzo metro da più fumatori che fumano sequenzialmente tra le otto e le 20 sigarette. In questo caso si supererebbero gli standard indicati dalla stessa EPA (Environment protection Agency) per le polveri sottili. Ma, sostiene l'autore, difficilmente ciò accade su una panchina del parco pubblico, inoltre anche la combustione di benzina o di foglie secche come i fuochi accesi per il bivacco e il barbecue (combustioni incomplete di biomassa) producono fumi chimicamente poco diversi da quello delle sigarette eppure non sono banditi dai parchi pubblici. Denuncia, quindi, un atteggiamento paternalistico verso i fumatori, che non permette agli individui di agire liberamente e non basato su evidenze scientifiche. Inoltre, cita dati di letteratura che imputano effetti anche alla più piccola esposizione più per motivi psicogeni che realmente tossicogeni. Forse, ancora una volta, in attesa di dati scientifici, necessari per sviluppare politiche di salute pubblica, va invocato il buon senso e campagne informative sui danni del fumo, sperando che sempre di più si eviti di fumare in presenza di bambini, donne in gravidanza e altre fasce vulnerabili della popolazione, anche seduti su una panchina del parco, magari anche sopravento.

Simona Zazzetta

Fonti
Thomson G et al. Should smoking in outside public spaces be banned? Yes. BMJ. 2008 Dec 11;337:a2806
Chapman S. Should smoking in outside public spaces be banned? No. BMJ. 2008 Dec 11;337:a2804





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