Smog senza filtro

20 giugno 2008

Smog senza filtro



Se alla fine di una giornata gli abiti puzzano di smog meglio non immaginare cosa c'è dentro i polmoni. O forse proprio per questo motivo è bene pensarci, molto e in fretta, perché anche se non è proprio il caso di parlare di prevenzione, quanto meno si può provare a porre rimedio.Da diversi anni si susseguono studi scientifici (quindi oltre il buon senso comune) che denunciano una correlazione reale tra inquinamento urbano e non e peggioramento della salute della popolazione. Eppure non sembra che questo argomento sia tra le priorità delle amministrazioni pubbliche o quanto meno oggetto di provvedimenti d'urgenza o a lungo termine.

Aule inquinate
Uno dei più recenti a lanciare il monito è uno studio belga presentato al congresso annuale della European Respiratoy Society (ERS). In questo caso è stato monitorato lo stato di salute di una popolazione particolarmente vulnerabili, i bambini in età scolare. Sono stati inclusi oltre 500 alunni, di età media 10 anni, di scuole in varie città europee: Aarhus in Danimarca, Reims in Francia, Siena e Udine in Italia, Oslo in Norvegia e Uppsala in Svezia. Durante la stagione invernale, quindi con gli impianti di riscaldamento avviati, i ricercatori hanno eseguito le misurazioni dell'anidride carbonica (CO2) e delle polveri sottili (PM10) all'interno delle aule scolastiche. Sulla base dei riferimenti statunitensi per gli standard di qualità dell'aria degli ambienti interni si considerano elevate concentrazioni di PM10 superiori a 50 microgrammi per metro cubo e di CO2 oltre i 1000 parti per milione. Innanzitutto, il 77% e il 68% dei bambini era esposto a livelli elevati di PM10 e di CO2, rispettivamente, laddove la media dei livelli di PM10 era 115 microgrammi per metro cubo quindi più del doppio del limite massimo. E le città italiane tenevano testa con 158 registrato a Udine e 148 a Siena. Anche le concentrazioni di CO2 superavano abbondantemente i limiti ma solo del 50% con una media di 1467 parti per milione, tra cui 1954 a Siena e 1818 a Udine. Oltre ai dati ambientali, erano allarmanti come prevedibile anche quelli relativi alla salute degli allievi. Nelle aule con inquinamento più elevato c'era una maggior prevalenza di sintomi respiratori rispetto alle altre: l'esposizione a livelli elevati di CO2 aumentava di 3,5 volte la probabilità di riportar tosse secca notturna e di 2 volte quella di rinite. Nei bambini esposti a elevate concentrazioni di PM10 è stata misurata una perveità nasale ridotta inferiore del 9% anteriormente e del 19% posteriormente rispetto agli allievi di classi meno inquinate.

Città irrespirabili
L'arrivo della stagione fredda riporta all'attualità la questione, quanto meno perché diventa estremamente evidente per questioni climatiche, ad alcune latitudini, e per l'avvio degli impianti di riscaldamento. L'impatto del carico inquinante in genere aumenta, e per saperlo basta scorrere le pagine locali dei quotidiani per capire cosa entrerà nei polmoni in quella giornata. Per ovviare al problema stagionale bisognerebbe intervenire su tutti gli impianti di riscaldamento condominiale e non. Utopistica come ipotesi, c'è solo da sperare nelle nuove costruzioni che prevedano impiantistiche di nuova generazione, e ancora meglio, che sfruttino fonti di energia rinnovabili. L'altro grande problema urbano, che, sempre per questioni climatiche, peggiora, se è possibile, con l'inverno è il traffico su ruote (e tubo di scappamento). Alcuni comuni d'Europa hanno adottato una misura orientata a ridurre il traffico che consiste nel far pagare un ticket d'ingresso, il road pricing, come viene chiamato, che, per esempio, a Milano è stato declinato in Pollution charge. E non è un caso che la definizione includa la parola inquinamento, in quanto l'obiettivo è proprio quello di abbatterlo. Ci si attende un contemporaneo o conseguente miglioramento del servizio pubblico, per rispondere a chi lascerà a casa l'auto e come testimonianza di buon investimento dei soldi versati dagli automobilisti.
Altre strategie che si possono mettere in atto partono dal basso, dal singolo. Si sta sempre di più diffondendo la modalità del car-sharing, cioè la condivisione di un parco auto gestito da una società o da un Comune, un equivalente del car-pooling, cioè l'uso comune e contemporaneo di un'auto, ben diverso dal vedere colonne di auto con in media una persona per abitacolo. In attesa che tutto ciò si diffonda, passino le leggi, cambi la mentalità degli automobilisti e degli amministratori, non resta altro che attendere il vento e la pioggia? Un po' poco visto che è la salute che ci va di mezzo.

Simona Zazzetta


Fonti
Adnkronos Salute
Legambiente





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