Il risparmio con i generici

20 giugno 2008

Il risparmio con i generici



Questioni di portafoglio
Perché bisognerebbe usare i generici? La risposta è abbastanza semplice: per risparmiare. In effetti, la riduzione della spesa sanitaria è una questione che riguarda tutti i paesi industrializzati, indipendentemente, o quasi, dal tipo di servizio sanitario. Che paghino le assicurazioni (come negli Stati Uniti), un servizio sanitario nazionale (come in Italia o Gran Bretagna) o le casse malattia delle diverse categorie professionali (come in Germania o in Svizzera), ridurre la spesa sembra inevitabile.
I generici, che costerebbero meno delle specialità corrispondenti, potrebbero contribuire a ridurre la spesa sanitaria? Dipende da diversi fattori, per esempio la politica dei prezzi attuata nel paese. Dove i prezzi dei farmaci di marca" sono già bassi, magari perché contrattati dal Ministero della Sanità come avviene in Italia, il risparmio potrebbe essere già meno appetibile. Comunque, visto che si parla di un 20% di risparmio, c'è comunque un vantaggio.

Risparmio per il singolo per il servizio sanitario?
Il discorso non è dei più semplici, perché se in totale, per i farmaci l'Italia spende l'1,47% del Prodotto Interno Lordo, per ogni 100 lire che se ne vanno in medicine, lo stato ne mette 40, le altre 60 le paga direttamente il cittadino. Perché accade questo? In parte perché i sistemi di controllo, nei quali la prescrizione dello specialista deve essere ripetuta sul ricettario regionale dal medico di famiglia, fanno sì che molti comprino direttamente di tasca propria il farmaco grazie alla ricetta dello specialista. In parte perché in questo conto rientrano i farmaci da banco, che il servizio sanitario non "passa".
Quindi chi risparmierebbe? Il servizio sanitario azionale, può darsi, ma tenendo presente che sul totale di quello che sborsa ogni anno, solo 11% è destinato ai farmaci, il resto sono spese per prestazione ospedaliere, per esami diagnostici e altro ancora. Senz'altro potrebbe risparmiare il cittadino perché, ogni volta che va ad acquistare un farmaco senza la ricetta del medico di famiglia, ma ovviamente su indicazione di un altro medico, potrebbe senz'altro chiedere al farmacista (o al medico stesso) se non esiste un generico equivalente alla specialità. Del resto, questo tipo di atteggiamento più consapevole del paziente è ormai un dato che gli stessi medici mettono in conto, tanto è vero che si parla di "contrattazione della terapia".

Ma il mercato come va?
I generici sono dunque un'occasione di risparmio, ma chi l'ha colta appieno? Per rispondere almeno provvisoriamente ci si deve rifare ai dati di vendita, e in particolare alla quota di mercato che i generici hanno nei diversi paesi. In Europa sono Germania e Gran Bretagna a guidare la classifica: nella prima i generici rappresentano il 16,1% delle vendite e in Gran Bretagna il 10,8%. A fare da fanalino di coda c'è l'Italia con lo 0,75%. Poco di più la Spagna 1,3% e la Francia con il 2,9%. Negli Stati Uniti, per avere un raffronto, la quota dei generici è pari al 10,7% (sempre nel 1997).

Il mercato da solo non basta
Da che cosa dipendono queste differenze? In parte anche dalla normativa. In pratica, perché funzioni il sistema, bisogna incentivare l'uso dei generici e questo si può fare in molti modi. Per esempio attuando la cosiddetta sostituibilità: il farmacista, di fronte alla ricetta in cui è indicata una specialità per la quale esiste il generico corrispondente, procede a consegnare quest'ultima d'ufficio (ovviamente a patto che a pagare sia la cassa mutua o il servizio sanitario, altrimenti è ovvio che il paziente-cliente può comprare quello che crede). La sostituibilità è in vigore in Olanda e, dall'anno scorso, in Francia.
Un altro sistema consiste nell'incentivare il medico a prescrivere i generici: è quello che si fa in Gran Bretagna, dove il medico che risparmia sui fondi (budget) che il servizio sanitario gli mette disposizione per i pazienti viene premiato economicamente. In questo modo il medico è incentivato, a parità di efficacia, tollerabilità eccetera, a prescrivere il farmaco meno costoso.

E in Italia?
Come si è appreso dai giornali, l'ipotesi è quella che il servizio sanitario paghi soltanto il prezzo più basso, vale a dire quello del generico, e che l'eventuale differenza sia a carico del paziente. In seguito, però, si è ipotizzato che in realtà il servizio sanitario arrivi a coprire un una spesa intermedia tra il prezzo della specialità e quello del generico. In questo modo, però, potrebbe crearsi anche un problema di equità: chi è informato chiede la sostituzione con il generico, chi non è informato no. E paga.

Il paziente-consumatore che cosa dovrebbe fare?
Per cominciare, abituarsi a riconoscere i farmaci anche per il nome del principio attivo, e non soltanto per il nome commerciale. Questo vale per tutti i medicinali, non solo per quelli che per i quali esiste un generico. Infatti, anche tra i farmaci da banco esistono un sacco di specialità con nomi ovviamente diversi ma che contengono le stesse sostanze. Al di là delle considerazioni economiche, se non ci si abitua a leggere anche il nome del principio attivo si rischia, per esempio, di assumere più volte la stessa sostanza in un giorno credendo di aver cambiato farmaco, cosa che può anche creare problemi di sovradosaggio (quanti sanno che l'Aspirina e l'Alka-Seltzer hanno la stessa composizione o quasi?).
Dopodiché, deve guardare senza diffidenza ai farmaci "non di marca", soprattutto se li deve pagare interamente di tasca sua. Qui non vale il discorso del biscotto dell'hard discount che costa meno ma è meno buono o comunque diverso. Qui il "biscotto" è proprio lo stesso. Garantisce la legislazione sui farmaci.

Maurizio Imperiali


Fonti
Osservatorio sui farmaci: Cergas- Report 5- Rapporto anno 1999

Garattini L; Tediosi F. A comparative analysis of generics markets in five European countries. Health Policy 2000 Apr;51(3):149-62

Vallee JP. Generiques et droit de substitution. Presse Med 1999 Mar 13;28(10):535-8

 



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