I test di laboratorio

20 giugno 2008

I test di laboratorio



La diagnosi di laboratorio è così progredita, soprattutto in tema di epatiti, che gli elementi che possono essere valutati sono moltissimi e complessi. Tuttavia, per il paziente le cose fondamentali da conoscere sono abbastanza semplici
  • si possono trovare nel sangue i segni sicuri del passaggio del virus (la presenza degli antigeni propri del virus che possono significare contatto col microrganismo)
  • si può definire se l'infezione è ancora in atto in una fase acuta (ci sono i segni della replicazione del virus nel sangue) o in fase cronica di riattivazione (per la presenza di antigeni o di materiale del genoma virale)
  • si può trovare (e questo ci mette al sicuro) anche la risposta al contatto (la presenza degli anticorpi diretti contro gli antigeni specifici) come il segno di protezione sia dopo guarigione dalla malattia sia dopo la vaccinazione.

Insomma, in un modo o nell'altro, il virus dell'epatite, se è passato nell'organismo, ha lasciato le impronte.

Come si rilevano le impronte
Così come per tutte le infezioni da virus, ritrovare la traccia del passaggio del microrganismo colpevole, non è stata cosa da poco, anche in considerazione del fatto che circa il 90% delle epatiti acute virali decorre in maniera asintomatica. Ed è così che, ignari e senza aver sofferto, si può apprendere la notizia di una pregressa infezione solo dopo aver effettuato gli esami del sangue magari solo per un controllo preventivo o anche prima di sottoporsi ad un banale intervento chirurgico. Per fortuna, c'è modo oggi di rilevare le "impronte" della "pista" percorsa dal virus anche in caso di un passaggio non visibile. Si tratta, di una diagnosi sierologica dell'epatite (non corredata da sintomi): e non è tutto. Grazie alle moderne acquisizioni della biologia molecolare applicate all'immunologia, ricercare nel siero di un soggetto sia gli antigeni sia gli anticorpi generati in risposta al contatto col virus, è diventato un "trucco" di interazione tra molecole (tra gli antigeni e gli anticorpi): la cosiddetta immunodiagnostica.
In pratica, quando il virus infetta l'organismo, compaiono nel sangue del malcapitato, gli anticorpi (Ab - antibodies - immunoglobuline - Ig - del siero) i quali, a loro volta, vengono prodotti in risposta agli antigeni (Ag - tutte le sostanze esterne all'organismo che inducono una risposta immunitaria - proteine o polisaccaridi) propri del virus. E ancora non è tutto.
I virus identificati per le infezioni epatiche sono di fatto così numerosi (da qui la necessità di classificarli con le lettere alfabetiche) da rendere necessaria una loro definizione sierologica sempre più precisa. In altri termini, più si delinea l'impronta, più si può mappare il percorso del virus, arrivando a prevedere con efficacia tutto l'andamento dell'infezione. E' proprio così che si marca l'infezione e sempre per queste ragioni anticorpi e antigeni specifici vengono denominati marker (marcatori) dell'epatite. Inoltre, quando si vuole seguire passo a passo l'invasione, cioè il virus che si moltiplica nell'organismo, si cerca il genoma virale (in forma di DNA e di RNA) cioè l'apparato di riproduzione del microrganismo.

Protetti, infetti o vaccinati
Sono questi gli esami che si devono effettuare nel sospetto di un'infezione e sono diversi i marcatori per ogni diversa forma d'epatite.

Epatite A
La marcatura si fa ricercando nel siero del soggetto gli anticorpi di due classi:

  • HAV-Ab IgM: indicano un'infezione in atto e non sono più rilevabili dopo la guarigione
  • HAV-Ab IgG: indicano infezione pregressa; restano positivi tutta la vita e la loro presenza protegge dalla possibilità di reinfezioni.

In questi casi, quindi, dato che spesso l'infezione da virus A decorre senza sintomi, aver contratto un'Epatite A, potrebbe essere un vantaggio, specie per chi è fortemente esposto per la professione o anche per la maggiore tendenza a ritrovarsi in comunità o in paesi a più basso tenore di vita dove le condizioni igienico-sanitarie sono particolarmente scarse. Inoltre, queste forme guariscono completamente.

Epatite B
Nel caso del virus B si possono ricercare, e si ritrovano con precisione, sia anticorpi sia gli antigeni.

Eccovi per primi gli antigeni:

  • la sigla HBsAg (dove Ag sta per antigene) indica la presenza dell'antigene di superficie del virus nel siero di una persona che risulta, come si usa dire, positiva per l'antigene in questione (fino a venti anni fa indicato come antigene AU). Ciò che importa è che il soggetto HBsAg positivo è da considerarsi sempre potenzialmente infettante anche se non necessariamente malato.
  • l'HBcAg è un antigene della parte centrale del virus (core) ed è l'unico marcatore che non si riscontra mai nel sangue, ma solo nelle cellule del fegato.
  • HBeAg: è l'antigene del nucleocapside del virus (core), e la sua presenza indica attiva replicazione virale. Lo si riscontra nella fase iniziale delle epatiti acute e in alcune forme di epatite cronica.

E questi sono gli anticorpi:

  • la presenza dell'anticorpo che si genera contro l'antigene di superficie, HBsAb, sta a indicare la risposta immunitaria di un soggetto che risulta così immunizzato (protetto) sia per essere guarito da un'infezione (con evidente malattia) sia dopo vaccinazione.
  • HBeAb: è l'anticorpo diretto contro l'HBeAg; la sua presenza non impedisce tuttavia l'evoluzione verso la forma cronica.
  • HBV-DNA: è il genoma del virus, ed è l'indicatore più sensibile della replicazione virale. La sua presenza indica sempre attività dell'infezione. Per definizione il portatore sano sarà sempre HBV-DNA negativo.

Ci possono essere anche:

  • anticorpi (IgM) formatisi dal contatto contro il core (HBcAb) che sono misurabili nel sangue solo nelle fasi di attiva replicazione del virus,; questi risultano positivi nelle forme acute e nelle forme croniche riacutizzate.
  • anticorpi (IgG) sempre diretti verso il core del virus HBcAb che sono presenti anche solo dopo un contatto. Questi non sono indicativi dell'esito dell'infezione e rimangono positivi per tutta la vita.

Occorre che la forma B venga monitorata costantemente e all'immunodiagnosi si devono aggiungere gli indici di funzionalità epatica (transaminasi AST e ALT) che si modificano in relazione sia alle forme acute sia alle forme croniche e le loro modificazioni sono la spia del danno proprio della cellula epatica (epatocita).

Non va trascurata mai, nelle forme che cronicizzano, la diagnosi istologica (biopsia epatica). Tramite la biopsia si rilevano gli stadi della malattia dall'infiammazione iniziale alla degenerazione fibrotica finale (delle forme croniche che evolvono in cirrosi o addirittura in tumore).

Informati, ma un po' meno preoccupati
Se è vero che le due forme illustrate sopra sono quelle di cui si sa quasi tutto e quello che non si sa si evita con la vaccinazione preventiva (per la A persone e professioni a rischio) o obbligatoria (per la B)e anche vero che le forme meno conosciute ci dovrebbero impaurire un po' meno date la loro incidenza e prevalenza.

In ogni caso vanno citate sinteticamente:

- l'Epatite C che si diagnostica con la ricerca degli anticorpi anti-virus C specifici o anche con la ricerca della presenza del genoma. E per questa forma dopo monitoraggio assiduo per almeno 6-8 mesi dal momento del primo accertamento, si impone la biopsia epatica.

- unificabili; dal punto di vista del laboratorio, sono le forme E, G e D. Queste sono tutte forme molto circoscritte e per le quali la diagnosi sierologica è ancora patrimonio di laboratori altamente specializzati.

In conclusione, il percorso sierologico delle epatiti virali, è oggi interamente tracciato (o meglio tracciabile) dalla selezione delle categorie a rischio (screening) fino all'accertamento della guarigione.

Patrizia Maria Gatti



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