Il gioco è una cosa seria. E arriva in ospedale per curare i più piccoli

15 dicembre 2014
Interviste

Il gioco è una cosa seria. E arriva in ospedale per curare i più piccoli



gioco bambino medico ospedale


In tutti i reparti dell'ospedale ci può essere spazio per il gioco e il sorriso, come affermano gli esperti dell'Ospedale Pediatrico Bambino Gesù di Roma. E lo conferma Carla Maria Carlevaris, psicologa e responsabile della ludoteca dell'ospedale romano (sede del Gianicolo) che ci aiuta a scoprire il ruolo che il gioco assume per il bambino ricoverato: non solo un momento di svago, ma anche un linguaggio per esprimersi e assimilare l'esperienza ospedaliera e, a conti fatti, un vero e proprio strumento di cura. Uno strumento molto apprezzato se si pensa che solo nella sede del Gianicolo coinvolge in media 1.100 bimbi ogni mese.

Perché e come il gioco può aiutare un bambino ricoverato in ospedale?
«Nel corso di un ricovero il bambino vive esperienze potenzialmente molto stressanti che possono diventare anche traumatiche ed è secondo noi fondamentale dare al piccolo paziente la possibilità di rielaborare ciò che gli capita mettendolo in scena ed esprimendolo mediante il gioco. Nel gioco infatti il bambino trasforma in storie, disegni e immagine una serie di conflitti o esperienze poco comprensibili e in questo modo le assimila. Attraverso il gioco può scaricare o rilasciare emozioni interne, emozioni interrotte o non facili da capire, può esplorare e cercare le proprie soluzioni ai problemi, può esercitare il controllo sulla realtà, può familiarizzarsi con gli oggetti del mondo esterno, può rovesciare i ruoli. Sicuramente il gioco e l'immagine sono il linguaggio privilegiato del bambino. Inoltre, sappiamo da vari studi che le esperienze traumatiche o ad alto livello di stress, come un ricovero in ospedale, restano memorizzate in noi. La ludoteca e le attività che lì si svolgono possono aiutare a metabolizzare l'esperienza e a creare un ricordo positivo o comunque meno traumatico del ricovero».

Come nasce l'idea di una ludoteca in ospedale?
«La nostra ludoteca è nata dall'idea di costituire in ospedale uno spazio non medicalizzato al quale tutti i bambini possano accedere per ritrovare il contatto con le proprie risorse di creatività e immaginazione, sulla base dell'idea - ormai consolidata - che il gioco svolge un ruolo fondamentale nello sviluppo del bambino. La ludoteca è ad accesso libero a tutti i bambini ricoverati o no che passino dall'ospedale, magari solo per una visita ambulatoriale. Con un'unica riserva: se i piccoli sono ricoverati il personale sanitario firma una specifica autorizzazione. Lo scopo è quello di dare uno spazio di accoglienza nel quale entrare e uscire liberamente, dedicato al piccolo malato ma anche ai suoi fratellini o sorelline, spesso "trascurati" perché tutta l'attenzione dei genitori è dedicata al figlio malato».

Quali sono le attività che si svolgono nella ludoteca?
«Partiamo subito dicendo che nella ludoteca opera personale specializzato: educatori professionali o assistenti ludici e lavoriamo in uno scambio continuo con infermieri, medici, psicologi. Noi accogliamo i bambini, favoriamo il gioco spontaneo e lo indirizziamo quando serve, oppure organizziamo attività e proposte specifiche. Aiutiamo per esempio i piccoli a familiarizzarsi con gli oggetti e i materiali strani che incontreranno nel reparto: li facciamo dipingere con siringhe senza ago o facciamo collage con la garza per sdrammatizzare e rendere meno ostili e inquietanti questi strumenti. Oppure facciamo giochi di ruolo: i bambini che curano i bambolotti, i bambini che curano altri bambini o addirittura i bambini che diventano dottori e curano medici e infermieri rivoltando in attivo un'esperienza che in genere sono costretti a subire. Si cerca di trasformare questa esperienza ospedaliere in un'esperienza di crescita, che abbia anche aspetti speciali: chiediamo infatti ai bimbi di porre l'attenzione anche sui punti di forza dell'esperienza che stanno vivendo. Chiediamo loro per esempio cosa si portano via dall'ospedale e i piccoli disegnano un amichetto, un rapporto umano che si è creato».

Come si collocano i genitori in questo contesto?
«È importante dare anche un sostegno ai genitori: in questo senso la ludoteca è una sorta di sportello di ascolto e tanti genitori possono sostare qui e condividere con un personale preparato le loro ansie, essere aiutati a scaricare la tensione e a ritrovare strumenti ludici di contatto con i figli».

Quali sono le prove più chiare dell'effetto positivo del gioco nella cura?
«Qualche anno fa abbiamo preparato questionari sia per i bambini, che per i genitori e il personale infermieristico e medico proprio per capire la rilevanza che poteva avere il nostro intervento e sono emersi tanti aspetti interessanti. Per esempio il personale infermieristico ci ha detto che da quando c'è la ludoteca, nei bambini è aumentata la compliance, cioè i piccoli si sottopongono senza grandi resistenze ai trattamenti. I genitori ci hanno detto poi che i bambini riescono a parlare a scuola della loro malattia che spesso li costringe a lunghe assenze scolastiche e della quale in precedenza si vergognavano di parlare».

A quale fascia di età si rivolge la ludoteca?
«La fascia di età prevalente dei piccoli che frequentano la ludoteca è dai 4 agli 11 anni, ma a volte quando ci sono anche bambini più piccoli è il genitore stesso che si presenta per cercare un supporto. La ludoteca è però aperta a tutti i pazienti pediatrici, fino ai 18 anni, e in effetti è frequentata anche da adolescenti che hanno ovviamente esigenze diverse rispetto ai più piccoli. Hanno bisogno per esempio della condivisione nel gruppo dei pari e qui possono uscire dall'isolamento, sentire che c'è un personale con il quale si può comunicare su un certo piano e che ci sono ragazzi che condividono la stessa esperienza. Nella ludoteca ci sono anche strumenti informatici che risultano più intriganti in questa fascia di età oppure laboratori nei quali confrontarsi. E a quanto pare i ragazzi apprezzano questo approccio, tanto che ci sono addirittura adolescenti che, una volta dimessi, vogliono continuare a venire da noi».


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