L'allarme meningite si vince anche con la corretta informazione

16 gennaio 2017

L'allarme meningite si vince anche con la corretta informazione



L'allarme meningite si vince anche con la conoscenza


Code interminabili di persone in fila per vaccinarsi contro il meningococco, arrivando spesso a spendere molte decine di euro e mezzi di comunicazione che continuano a portare alla ribalta nuovi casi di meningite a volte letali. Uno scenario piuttosto preoccupante che però agli esperti non risulta così catastrofico come invece può apparire alla gente comune. Ancora una volta le armi giuste per vincere timori infondati sono la consapevolezza e la conoscenza della patologia, delle modalità di trasmissione e dell'importanza di rispettare le raccomandazioni vaccinali.
Paola Stefanelli del Dipartimento di Malattie Infettive dell'Istituto superiore di sanità (Iss) è attiva in prima linea per monitorare la diffusione della malattia e ci aiuta a capire cosa fare.

Dottoressa Stefanelli parliamo di meningite: come si trasmette e chi è più a rischio?
«La meningite è una patologia causata da diversi tipi di microrganismi, tra i quali il meningococco o Neisseria meningitidis, protagonista delle cronache nelle ultime settimane e del quale esistono diversi sierogruppi: A, B, C, Y, W135 e X. Il sierogruppo C è senza dubbio il più aggressivo e, assieme al B, è responsabile della maggior parte dei casi nel nostro Paese. La trasmissione avviene per contatto stretto e prolungato con una persona malata o portatrice sana del batterio e in particolare attraverso le micro-goccioline di saliva che emettiamo per esempio parlando o che restano sul bicchiere dopo aver bevuto. Proprio per queste tipologie di trasmissione le categorie più a rischio sono i bambini e gli adolescenti, per i quali la vita di comunità (all'asilo, a scuola, nei locali pubblici più avanti) rappresenta una quota importante della giornata. Anche alcuni adulti possono essere considerati a rischio se soffrono di immunodeficienze o di patologie come talassemia, diabete, malattie epatiche croniche gravi oppure vivono in comunità».

Come ci si può difendere dal contagio? Esistono strategie di prevenzione efficaci?
«Date le modalità di trasmissione del batterio, l'unica strategia di prevenzione reale e davvero attuabile è la vaccinazione che assieme alla conoscenza e alla consapevolezza può fare davvero molto per limitare la diffusione della malattia. Oggi disponiamo di tre diversi vaccini anti-meningococco: uno contro il sierogruppo C, uno tetravalente che protegge dai sierogruppi A-C-Y-W e uno, più recente contro il menigococco B. Il nuovo piano di vaccinazione nazionale - in uscita a giorni - raccomanderà di vaccinare i bambini per il meningococco B e C. Negli adolescenti il vaccino è consigliato - in particolare il tetravalente - così come negli adulti a rischio, ma dobbiamo sottolineare che non si tratta di vaccinazioni obbligatorie. Tutti i dettagli sulle modalità e le tempistiche di vaccinazione sono presenti sul sito dell'Iss, nel quale è stata pubblicato un documento con tutte le domande più frequenti sul tema».

Veniamo ora alla cronaca: siamo davvero di fronte a un'epidemia?
«Dal punto di vista mediatico direi di sì, ma al di fuori dei mezzi di comunicazione non c'è nessuna epidemia. Non sto cercando di minimizzare, anzi, in un certo senso considero questo allarmismo positivo almeno per quanto riguarda l'aumento della consapevolezza della popolazione verso alcune malattie infettive che grazie ai vaccini sono diventate talmente rare da essere spesso dimenticate. I numeri però parlano da soli: ad oggi non si registrano differenze nel numero dei casi o nella gravità delle infezioni nel nostro Paese rispetto agli anni passati come è possibile verificare nel rapporto della sorveglianza nazionale sulle malattie batteriche invasive».

Se la vaccinazione è così importante in termini preventivi, come si spiegano i casi di contagio da meningite in bambini già vaccinati?
«Parto con una premessa che vale per tutti i vaccini: non tutte le persone rispondono allo stesso modo alla vaccinazione e nessun vaccino ha un'efficacia del 100 per cento. In linea generale, vengono considerati "buoni" quei vaccini che raggiungono un'efficacia superiore al 90 per cento, in genere attorno al 95 per cento.
Per quanto riguarda i casi registrati in persone vaccinate (verificatisi soprattutto in Toscana), bisogna sottolineare che questi pazienti hanno risposto molto bene alle cure proprio grazie alla vaccinazione che ha permesso di innescare una risposta immunitaria specifica nei singoli casi. Inoltre, nessuno di loro è deceduto a differenza di quanto osservato per altri casi registrati in persone non vaccinate nella stessa area e a carico dello stesso batterio. In pratica la vaccinazione ha fatto sì che la risposta alle cure fosse migliore rispetto a quella osservata in persone non vaccinate. Un valore aggiunto della vaccinazione anche quando non riesce a evitare il contagio».

Cristina Ferrario



Cerca nel sito


Cerca in


Ricette  |  Farmaci  |  Esperto risponde  |
Cerca il farmaco
Potrebbe interessarti
L'esperto risponde