Malattie respiratorie: nuovi rimedi contro asma e Bpco

23 gennaio 2017

Malattie respiratorie: nuovi rimedi contro asma e Bpco



Malattie respiratorie: nuovi rimedi contro asma e Bpco


Circa quindici italiani su cento soffrono di malattie respiratorie: più o meno tre milioni, in tutto, convivono con l'asma, e grossomodo il doppio con la broncopneumopatia cronica ostruttiva, in sigla Bpco. Spesso, purtroppo, chi ne soffre riceve un'adeguata informazione sulle terapie disponibili, e sulle modalità migliori per ottenere da esse i risultati migliori, con benefici che si riflettono non solo sulla qualità della vita, ma anche sulla possibilità di prevenire l'aggravarsi dei sintomi, e dei danni.

Il punto della situazione sui nuovi obiettivi, i nuovi rimedi e le nuove strategie per affrontare al meglio le malattie respiratorie è stato fatto nei giorni scorsi a Verona, nel corso del ventesimo congresso promosso e coordinato da Roberto Dal Negro, responsabile del centro nazionale studi di farmacoeconomia e farmacoepidemiologia respiratoria di Verona, cui Dica33 ha rivolto alcune domande.

Professor Dal Negro, quali sono i nuovi obiettivi, i nuovi rimedi e le nuove strategie contro asma e Bpco?
«Il primo obiettivo, fondamentale, è rimasto quello di far star bene il paziente. Non è sempre un compito facile, nonostante ci siano oggi molti più strumenti a disposizione del medico rispetto per esempio a vent'anni fa. Oggi l'armamentario terapeutico è decisamente più ricco, ma questo comporta anche un rovescio della medaglia importante: occorre diffondere capillarmente una maggiore conoscenza riguardo le caratteristiche di ciascun farmaco e ai suoi possibili effetti collaterali. Con l'arrivo di nuove molecole e di nuovi apparecchi inalatori, c'è una grande opportunità per ottenere risultati significativi, ma purtroppo molto spesso questa opportunità viene sprecata».

Perché parla di opportunità sprecata?
«Ogni nuovo rimedio che viene introdotto ha bisogno di essere assunto in modo corretto per ottenere i massimi benefici. In altre parole, la molecola perfetta ha bisogno di un erogatore perfetto, che venga usato correttamente».

Vuol dire che oggi l'accoppiata tra farmaco e erogatore non è sempre la migliore?
«Proprio così. La ricerca tecnologica ha fatto notevoli progressi anche nello sviluppo di nuovi inalatori, con l'effetto che sono aumentati a dismisura il numero e il tipo di inalatori diversi, e che alcuni sono assai complicati da usare nel modo giusto. Per intenderci, alcuni erogatori richiedono tre manovre, mentre altri arrivano a prevedere addirittura 11 diversi passaggi. Proprio l'argomento dell'usabilità degli erogatori è al centro di ricerche recenti che hanno avviato la standardizzazione, assegnando a ciascun apparecchio un indice sintetico di usabilità, che per esempio aiuterà il medico a capire se la mancata efficacia della terapia prescritta può dipendere dall'esecuzione imperfetta delle manovre».

Quindi il futuro prevederà di scegliere non solo il farmaco ma anche l'erogatore più adatto a ciascun paziente?
«Tradizionalmente le aziende che proponevano un farmaco avevano anche il proprio erogatore specifico, e quando quest'ultimo per qualche motivo non era adatto occorreva cambiare completamente la terapia. Negli ultimi tempi in un paio di casi lo stesso farmaco è stato messo a disposizione con due diversi erogatori, di uso più o meno immediato. Occorre anche considerare che alcuni pazienti con prescrizioni multiple devono usare più di un erogatore, ogni giorno (non di rado più volte al giorno)».

Quindi la disponibilità di erogatori più semplici da usare potrà contribuire a migliorare l'efficacia delle terapie?
«Sì e no, perché un elemento determinante rimane la comprensione da parte del paziente dell'importanza di seguire le prescrizioni con regolarità e costanza. Il medico ha certo il compito di dedicare più attenzione alla comunicazione, in primo luogo sull'uso corretto dell'erogatore, ma poi rimane da superare la tendenza di molti pazienti a trascurare progressivamente le terapie, appena i primi benefici rendono i sintomi meno pressanti. D'altra parte, se invece la terapia non si dimostra efficace, il dialogo con lo specialista pneumologo può essere fondamentale per capire la causa del mancato controllo dei sintomi: secondo alcuni studi, la percentuale di pazienti che segue con scrupolo le prescrizioni è del 70 per cento alla fine del primo mese, e scende addirittura al 20 per cento dopo quattro mesi. Si tratta di un errore grave, perché seguire la terapia è importante anche nell'ottica di prevenire danni peggiori».


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