Violenza sulle donne: non riconosciuta dagli operatori in pronto soccorso

04 dicembre 2017
Interviste

Violenza sulle donne: non riconosciuta dagli operatori in pronto soccorso



Un recente rapporto dell'Istituto superiore di sanità riferisce che una donna su tre è vittima di violenze. I dati derivano da un progetto che ha permesso di verificare la situazione sul campo, chiamato "Revamp (Repellere vulnera ad mulierem et puerum) - Controllo e risposta alla violenza su persone vulnerabili", che ha confermato che nella maggior parte dei casi gli abusi si consumano in ambienti familiari o che la vittima frequenta d'abitudine. Le donne tra i 15 e i 49 anni sono quelle che più spesso subiscono violenza, e in almeno un terzo dei casi si tratta di donne straniere. Molte giovani donne sono vittime di violenza; il 17,9 per cento delle ragazze di età inferiore ai 14 anni giunte al pronto soccorso è stata vittima di un'aggressione sessuale. I dati però non comprendono tutti i casi in cui la violenza non viene riconosciuta. Ma quale situazione è emersa dal progetto per quanto riguarda l'assistenza alle donne, sia in ospedale sia successivamente? Dica33 ne ha parlato con Eloise Longo, coordinatrice del progetto presso l'Istituto superiore di sanità.

Dottoressa Longo, come si è svolto il progetto?
«Il progetto Revamp, che si è da poco concluso, aveva come obiettivo aumentare la capacità di riconoscimento da parte dell'operatore della violenza subita, in particolare da donne e bambini. Sono state coinvolte sette regioni, Piemonte, Lombardia, Liguria, Toscana, Lazio, Basilicata e Sicilia, con alcuni reparti di pronto soccorso e strutture sanitarie territoriali. I risultati verranno pubblicati in un volume ad hoc Riconoscere, accogliere e accompagnare destinato agli operatori di pronto soccorso. Una peculiarità del progetto è stato il coinvolgimento di organizzazioni di volontariato che offrono aiuto alle donne, soprattutto per supporto e consigli».

Perché è così importante la formazione dell'operatore nei casi di violenza?
«Gli accessi al pronto soccorso delle donne che hanno subito violenza possono essere mascherati, per esempio con la scusa di una caduta, soprattutto in caso di trauma lieve. Sul riconoscimento influiscono vari fattori tra cui quelli culturali, che un operatore di triage esperto deve riconoscere. Il pronto soccorso è un luogo già di per sé molto caotico, e si è deciso che alle donne con sospetto di violenza deve essere assegnato un codice almeno giallo, per poterle assistere in un tempo ragionevole. L'operatore deve quindi sempre avere un occhio molto attento. La vastità del lavoro ha richiesto la creazione di diversi tavoli di lavoro, e in particolare io mi sono occupata della fase di "accompagnamento", che è il momento più critico».

Per quale motivo ritiene questo momento così critico?
«Il problema è l'uscita dal pronto soccorso. Molte donne ritornano da chi le tratta con violenza per una questione economica: non sanno a chi rivolgersi per sopravvivere, e talvolta il problema riguarda non solo loro, ma anche i loro figli. Per molte invece il problema è la mancanza di supporto da parte della società, per altre la stigmatizzazione. A causa di un retaggio culturale, alcune donne non si rendono nemmeno conto che quello che succede è sbagliato. Serve un collegamento con i servizi territoriali, serve un sostegno psicologico dopo la cura. Ci siamo resi conto che questo è molto difficile negli ospedali piccoli, dove non esiste un protocollo particolare la presa in carico delle donne, ma anche nei grandi ospedali dove questi protocolli sono attivi non sempre il personale è ben formato. Serve un lavoro di squadra perché la donna sia seguita per le conseguenze anche psicologiche della violenza. Il nostro lavoro ha messo in evidenza che dopo tre mesi dalla dimissione ospedaliera, il 67,5 per cento delle donne presentava uno stress da disordine post-traumatico. Deve esistere una rete di servizi socio-assistenziali che segua la donna nel suo percorso e le offra supporto e protezione. In questo modo sarà più facile far emergere il fenomeno della violenza e non lasciare sole le donne. E questo è di fondamentale importanza, perché sono ancora poche le donne che denunciano la violenza, per paura, perché non sanno cosa fare dopo e perché la giustizia è lenta. A questo proposito ci siamo resi conto che serve molta formazione soprattutto per gli assistenti sociali, che dovrebbero essere una figura sempre presente nell'equipe ospedaliera che si occupa della violenza. Vanno rivisti i curricula universitari e questo vale anche per medici e infermieri».

Molte tra le vittime di violenza sono straniere. Ci sono maggiori difficoltà nell'aiutare queste donne?
«Purtroppo devo dire che non siamo ancora pronti per gestire tale problema. Anche in questo caso, serve formazione per tutti, soprattutto dal punto di vista culturale. Non basta certo che ci sia qualcuno che parla la lingua della donna, ci vogliono profonde conoscenze antropologiche e culturali per comprendere contesti tanto differenti dai nostri. E serve la formazione anche delle forze dell'ordine. Non dimentichiamo il problema delle donne migranti, che arrivano qui e hanno già subito violenze, e chiedono aiuto. La difficoltà è veramente grande».

Come definirebbe quindi la situazione dopo questo vostro lavoro di raccolta di dati?
«Siamo all'inizio di un percorso, ed è un buon punto di partenza anche il nuovo piano anti-violenza presentato dal governo. Ma serve una rete istituzionale, non è possibile lasciare al caso la gestione di questi problemi. Si sta studiano, per esempio, una sorta di codice identificativo che permetta di riconoscere accessi multipli al pronto soccorso anche se fatti in strutture diverse, e di intervenire prima che la situazione precipiti. Quello che le donne devono sapere è che non sono sole, e che rivolgendosi al pronto soccorso e alle forze dell'ordine saranno in grado di trovare una soluzione definitiva e non solo una cura alle ferite momentanee».

Susanna Guzzetti


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