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Dipendenza da fumo: qualche consiglio per uscirne

Dipendenza da fumo: qualche consiglio per uscirneFumare non è in sé una dipendenza, ma farlo abitualmente significa con molta probabilità averla. La diagnosi vera e propria si ha quando il fumatore sa che quel gesto fa male ma non riesce comunque a smettere. Questo è il discorso di massima, ma, come accade per molti altri temi che interpellano la psicologia, non è il caso di generalizzare.

Riprendendo le parole di Matteo Pacini, psichiatra, psicoterapeuta e medico delle dipendenze, «un tipico ragionamento "a corto-circuito", che contrappone volontà e desiderio, è quando il fumatore dipendente pensa che smetterà di fumare "dopo aver fumato l'ultima"», spiega l'esperto in uno dei suoi articoli. «Un segno di conflitto tra volontà di smettere e incapacità di farlo è quando la persona inizia a pensare che non può fumare di meno, o meno spesso, ma deve non fumare in assoluto, segno questo che non è più possibile un uso controllato di quella sostanza. Se la sostanza c'è, il consumo riprenderà al livello di prima, quindi l'alternativa è che non ci sia: peccato che questo riesca solo a periodi, o per giorni soltanto, e quindi non rientri nelle capacità della persona dipendente».

La soluzione per uscirne, dunque, sembra non essere l'interruzione improvvisa dell'abitudine, perché non farebbe che destinare il soggetto a continue ricadute che ogni volta abbatterebbero la sua autostima e lo getterebbero nella disperazione e nel senso di impotenza. Quando ai possibili percorsi diagnostico-terapeutici, va distinto tra chi vuole liberarsi dall'intossicazione da nicotina (quindi parliamo di fumatori non dipendenti) e chi ha invece una vera e propria dipendenza. I primi potranno anche smettere da un momento all'altro di fumare, ma è sempre meglio affidarsi a uno psicoterapeuta per capire se il gesto di accendersi una sigaretta non sia interpretabile come un'auto-cura per alleviare i sintomi della depressione o dell'ansia.

Nel caso di dipendenti da fumo, la via di guarigione è più complessa e molti psichiatri non escludono il ricorso a farmaci. Come sottolinea sempre Pacini, «una categoria particolare è rappresentata dai fumatori che sono già in cura psichiatrica per un motivo indipendente. È noto che alcune cure, come quella antipsicotiche, si accompagnano ad un aumento del fumo di tabacco, che a volte interferisce anche con le terapie stesse, ma comunque è interpretato come un tentativo automatico di compensare alcuni effetti collaterali delle terapie stesse. Queste persone possono trarre vantaggio da un aggiustamento delle cure, o dal passaggio a medicinali che non tendono a indurre il ricorso a sostanze "compensatorie"».

Ma facciamo un passo indietro. Nel noto Manuale diagnostico e statistico dei disturbi mentali, noto anche con la sigla Dsm, si parla di una diagnosi di dipendenza da nicotina se sono soddisfatti almeno tre dei seguenti criteri per un lasso di tempo di un anno:

  • Sviluppo di tolleranza.
  • Sintomi da astinenza.
  • Sostanza assunta in quantità maggiori o per un periodo più lungo di quanto inteso in origine.
  • Desiderio o tentativi infruttuosi di diminuire o controllare l'assunzione della sostanza.
  • Tanto tempo impiegato per ottenere la sostanza, per usarla o per ristabilirsi dai suoi effetti.
  • L'abuso della sostanza causa la cessazione di attività sociali, professionali o ricreative.
  • Uso continuativo della sostanza, nonostante si riconosca che provochi danni psicologici o fisici.

In conclusione, non stupisce che siano tanti i libri sull'argomento. Tra quelli suggeriti dall'Airc, l'Associazione italiana per la ricerca sul cancro, ad esempio, ci sono Spegnila! di Donatella Barus e Roberto Boffi (Rizzoli editore), Puoi smettere di fumare se sai come farlo di Allen Carr (Ewi editrice) e 101 motivi per non fumare di Fabio Beatrice e Johann Rossi Mason (Guerini associati).

Maria Elena Capitanio


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