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Intervento di protesi d'anca: meno invasivo, più sicuro ed efficace

Intervento di protesi d’anca: meno invasivo, più sicuro ed efficace Nuove tecniche mini-invasive di chirurgia protesica d'anca permettono di intervenire rispettando maggiormente i tessuti molli. Un intervento che può essere eseguito sulla maggior parte di pazienti, ad eccezione di chi è in eccessivo sovrappeso, che viene invitato a seguire prima una dieta adeguata.

In pochi giorni, dopo l'intervento, la persona potrà abbandonare i supporti post-operatori e ricominciare a camminare. Nell'arco di poche settimane potrà anche tornare in bicicletta.

A trarne giovamento i pazienti con artrosi d'anca, una patologia molto diffusa, che in genere colpisce oltre i 60 anni, ma nel 3 per cento dei casi anche adulti tra i 40 e i 60. In particolare ne sono vittime 8 sportivi professionisti su 10. A rischio di danno precoce anche chi per lavoro deve sopportare grossi carichi. «La causa dell'artrosi è la degenerazione della cartilagine, sostenuta da trauma o microtraumi ripetuti» spiega Mario Manili, Socio Siot, Società di ortopedia e traumatologia, consulente presso il Centro Chirurgico Toscano di Arezzo, il Concordia Hospital di Roma e la Clinica Villa del Rosario di Roma.

«La malattia colpisce soprattutto le donne: ogni 4 pazienti solo 1 è maschio. La motivazione sarebbe legata anche alla menopausa: i cambiamenti ormonali contribuiscono allo sfaldamento della cartilagine, dando il via al processo degenerativo. Un ruolo non secondario potrebbe avere anche l'osteoporosi, causa principale dell'indebolimento osseo post-menopausale. A causare l'artrosi, inoltre, alcune alterazioni anatomiche del femore o dell'acetabolo, che provocherebbero uno squilibrio biomeccanico e la successiva degenerazione della cartilagine» continua Manili.

Per alcuni di questi pazienti le limitazioni alla quotidianità sono tante da richiedere una sostituzione articolare: sono ben 100mila gli interventi di protesi ogni anno. È l'intervento più eseguito in ortopedia in Italia: soprattutto su persone tra i 68 e i 75 anni.

«Le nuove vie di accesso chirurgiche mini-invasive laterali e anteriore permettono di aggredire i muscoli solo marginalmente, attraversandoli senza traumatizzarli. Questo consente una marcata diminuzione del dolore postoperatorio e una riduzione della perdita di sangue. Quindi, a differenza della chirurgia tradizionale, non c'è la necessità di trasfusioni. Particolarmente importante perché permette una rapida riabilitazione: il paziente, infatti, riprende a camminare già a distanza di 24 ore, con pochissimo dolore. Si azzera, infine, la possibilità di avere una lussazione post-operatoria» conclude Manili.


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