L’attività fisica è la migliore assicurazione per la salute

24 ottobre 2017

L'attività fisica è la migliore assicurazione per la salute



Chi svolge attività fisica vive di più e investire (anche poco) sull'esercizio fisico significa investire in salute. È la conclusione che emerge da uno studio, pubblicato su The Lancet, condotto su oltre 130mila persone di età compresa tra 35 e 70 anni.
«Sappiamo che l'attività fisica ha un effetto protettivo sulla salute cardiovascolare nei paesi ad alto reddito, dove si pratica esercizio prevalentemente nel tempo libero» esordisce Scott Lear, professore alla facoltà di scienze della salute alla Simon Fraser university nella British Columbia, Canada, e autore principale dell'articolo.

«Non disponiamo però di molti dati sull'impatto dell'esercizio sulla salute nei paesi a medio e basso reddito» continua l'autore, che assieme ai colleghi ha analizzato i dati di persone residenti in 17 diversi paesi, inclusi quelli a reddito medio e basso. I risultati parlano chiaro: chi svolge attività fisica riduce il proprio rischio di mortalità e anche di malattie cardiovascolari.

«Per osservare questo effetto protettivo non servono performance da atleta professionista, ma basta rispettare le raccomandazioni della Organizzazione mondiale della sanità che per gli adulti prevede 150 minuti di attività fisica moderata ogni settimana» precisano i ricercatori, che hanno seguito i partecipanti allo studio per un periodo medio di circa 7 anni.
E analizzando più in dettaglio i risultati si nota che, con l'aumentare del tempo dedicato all'esercizio, aumentano anche i benefici per la salute. «I dati ottenuti in questo studio forniscono spunti interessanti per futuri interventi mirati a promuovere l'attività fisica nella popolazione: convincere andare al lavoro a piedi o a dedicarsi ad attività leggere come pulizie di casa o il giardinaggio potrebbe rappresentare una strategia a basso costo e molto efficace in tutti i paesi, indipendentemente dal livello di reddito» concludono gli autori.

Fonte: The Lancet 2017. Doi: 10.1016/S0140-6736(17)31634-3


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