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Domanda di: Mente e cervello

29/05/2007 19:09:12

Deontologia, strategia o umanità?

Il 21/4/2007 ho tentato di suicidarmi iniettandomi un'intera penna di insulina rapida sottratta a mia madre diabetica. La causa: la sofferenza tremenda per aver perso 2 anni fa in un attentato il mio compagno. nella settimana precedente al tentativo di suicidio ho abusato di benzodiazepine forti come xanax, minias, tranquirit, per intorpidirmi completamente l'anima e la mente. dalla morte del mio compagno infatti non ho trovato più pace. di notte e di giorno mi si presenta agli occhi l'immagine di lui sfigurato. Volevo uccidermi per non vedere più e per ricongiungermi a lui che era una persona fondamentale nella mia vita, con cui posso dire di aver conosciuto il vero amore. In alcuni momenti non riesco a sottrarmi all'esasperazione e cado in uno stato di totale abbandono al dolore che però sono riuscita ad esternare solo allo psichiatra che a seguito dell'incidente mi ha preso in cura. Ora è come se il mio problema si fosse spostato su di lui. La mia esasperazione, il mio dolore non sono mai riuscita ad esternarli neanche ad amici e parenti perchè conoscendo la loro opinione riguardo al mio compagno sapevo che mi avrebbe fatto ancora peggio vederlo sottovalutare. In realtà dall'attuale psichiatra mi ci hanno portata i miei genitori. appena arrivata ero molto ostile. eppure dopo poche parole ho capito che era un medico di cui potermi fidare ed ero felice di aver trovato qualcuno che mi aiutasse a superare quel dolore insopportabile. dopo le prime sedute, la "diagnosi" è stata la seguente: il tentato suicidio è stato indotto dall'abuso dei farmaci che hanno creato uno stato di profonda confusione mentale. sono laureanda in medicina veterinaria e secondo il medico una persona estremamente colta e intelligente oltre che fisicamente gradevole (secondo il medico la cosa peggiore per gli psichiatri poichè l'intelligenza può giocare loro brutti scherzi). la mia terapia col suddetto medico ho voluto interromperla l'altro giorno quando dopo tutti questi complimenti mi sono sentita dire che dovevo prendere il depakin per stabilizzare il mio umore e pensare che quel morto in quanto tale non esiste più e quindi è inutile pensarci. ho sentito una forte rabbia dentro. avevo appena finito di dire al medico "se la prima volta che sono "caduta" qualcuno mi avesse abbracciato forte piu' forte del mio dolore forse non sarei mai arrivata qui". mi ha guardata come si guarda l'aria. Nella precedente seduta avevo trascritto i miei pensieri ed i miei stati di animo per "facilitare il lavoro" sia a me che al medico. al riguardo mi è stato detto quanto segue "non sono tenuto a leggerli". ho chiesto perciò di riavere il mio "diario" e mi sono arrabbiata ancora di più quando il medico li ha tirati fuori dalla sua borsa. mi è venuto spontaneo strapparli e dire "se non è tenuto a leggerli non è tenuto a conservarli". quando sono andata via dal centro lunedì mattina mi sono sentita ancora più legata al mio compagno. tra me e me ho pensato solo "tu non mi lasci sola neanche adesso che sei morto. qui i vivi non ci mettono nulla a sbarazzarsi di me, semplicemente perchè non vedono me, vedono un problema. ora il problema per me non esiste più. non mi sento più sola perchè tu sei vivo nel mio ricordo e siccome non avresti mai voluto il mio male anche per te non ne farò a me stessa".
vorrei un vostro parere riguardo al mio comportamento e riguardo a quello del medico. non riesco a capire se la sua è stata strategia per smuovermi, per suscitare altri sentimenti in me e distogliermi dal dolore oppure il fatto che mi abbia guardato come l'aria, che mi abbia trattato in maniera così fredda fa parte della professione o solo del suo modo di essere umano?
Grazie


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Risposta del03/06/2007

Entrare nel merito della relazione medico /paziente è sempre molto difficile perchè si tratta appunto di una relazione dove vengono messe in gioco aspettative, emozioni, desideri, convinzioni a priori. Lei si trova in uno stato di grande prostrazione dolore e forse è arrabbiata con tutti perchè ha la sensazione che nessuno capisca fino in fondo quel che lei ha provato e prova. Per quanto riguarda gli appunti, capita anche a me che molti pazienti mi portino i loro diari o fogli scritti. In realtà il nostro lavoro consiste nel lavorare sulla realtà dell'incontro terapeutico, e quindi è vero che non serve leggere queti scritti. Io le consiglio di ricomporre la relazione col medico che ormai la conosce. Cercate assieme di capire le ragioni di questa sua oppositività. Un grande abbraccio.

Dott.ssa M.Adelaide Baldo
Specialista attività privata
Specialista in Psicologia
BRESCIA (BS)


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